sabato 21 giugno 2025

Il Mistero dell’Opera Alchemica: Cristina di Svezia, Santinelli e l’Esoterismo di Corte

di Massimo Agostini 

Alchimia, simboli e percorsi iniziatici nella cerchia intellettuale della regina

Francesco Maria Sanribelli
Francesco Maria Santinelli nacque a Pesaro il 20 aprile 1627, primogenito di Alessandro Santinelli, marchese di Pino, conte della Metola e marchese di San Sebastiano, e di Margherita Santacroce. Educato nelle arti della scherma, della danza e della cavalleria, Santinelli acquisì fama di abile spadaccino. Parallelamente, si dedicò a studi letterari, filosofici, teologici e scientifici. 
Nel 1645, fondò l’Accademia dei Disinvolti a Pesaro, che successivamente rifondò a Venezia nel 1648. Fu anche membro dell’Accadenia degli Scomposti di Fano 

Il suo esordio letterario avvenne nel 1647 con il romanzo Le donne guerriere. Nel 1649, pubblicò le Poesie de’ Signori Accademici Disinvolti di Pesaro, che includevano le sue prime prove liriche. 

Nel dicembre 1655, Cristina di Svezia, dopo aver abdicato al trono e intrapreso un viaggio verso Roma per convertirsi al cattolicesimo, fece tappa nelle Marche, sostando a Fano e Pesaro.  
Cristina fu profondamente affascinata dalle scienze occulte, esoteriche. tanto da frequentare e proteggere numerosi alchimisti e filosofi. 
Secondo il Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani, l’incontro tra Cristina e Francesco Maria Santinelli avvenne a Pesaro, dove il poeta organizzò spettacoli in suo onore. In particolare, compose la commedia Preparamenti festivi di Parnaso, rappresentata il 3 dicembre 1655 proprio nel Palazzo Santinelli. Fu così che Santinelli entrò nel suo seguito e divenne uno dei suoi collaboratori più fidati. Fu lui, ad esempio, a curare alcune delle sue relazioni letterarie e scientifiche, e pare che abbia anche avuto un ruolo importante nella redazione di testi poetici ed esoterici attribuiti all’entourage della della Regina.


A Fano, fu accolta con grande onore dalla comunità locale, e per l’occasione venne aperto un passaggio nel Palazzo Malatestiano, noto come “Arco della Regina”, per consentirle l’ingresso in città.

Arco della Regina costruito a fronte del palazzo Malatestiano 
 
Durante il soggiorno di Cristina a Fano, fu organizzata una celebrazione in suo onore presso il Palazzo Castracane, nella cosiddetta Sala del Sole, un ambiente riccamente decorato che testimonia l’importanza dell’evento. Il Salone del Sole, con il suo soffitto a cassettoni e la lampada dorata a forma di sole raggiante, fu fatto costruire appositamente per colpire l’immaginazione della regina. 
 
Fano, Palazzo Castracane: il Salone del Sole realizzato per i festeggiamenti dedicati a Cristina di Svezia  

Dopo l’incontro a Fano e Pesaro, Santinelli seguì Cristina a Roma, dove divenne suo cameriere maggiore nel 1656. Durante il soggiorno romano, Santinelli visse il vivace ambiente culturale e esoterico che ruotava attorno alla regina, frequentando il circolo degli alchimisti di Villa Palombara, noto per la sua Porta Alchemica, e contribuendo con le sue opere poetiche e alchemiche. 


Porta Alchemica 

Tra le figure di spicco di questo circolo vi erano il gesuita Athanasius Kircher, l’astronomo Giovanni Domenico Cassini e l’alchimista milanese Giuseppe Francesco Borri.

Francesco Borri


Sotto il segno del sole: Santinelli e Cristina tra l’Eros dell’Intelletto e il Fuoco del Cielo”

Nel suo componimento Atelie prodigio alle glorie della sacra real maestà di Cristina regina di Svetia, Francesco Maria Santinelli non si limita a offrire un encomio regale secondo i canoni del barocco. 

Il poeta eleva Cristina a figura archetipica, a manifestazione vivente del femminino sacro, che si rivela nella forma umana di una regina colta, indipendente, luminosa, piena di un profondo, intenso Eros, di quella magica energia, che riempie di forza, bellezza e sapienza sicché l’essere umano risplende, come un sole, di luce superna. Così infatti la descrive il poeta: “Meraviglia del Mondo, Idea del Cielo”
Con queste parole, Santinelli non descrive una donna terrena, ma evoca un’entità celeste, una presenza teofanica. 
Cristina appare qui come Sophia, la sapienza divina dei testi gnostici e neoplatonici, principio femminile dell’intelletto cosmico, luce segreta che guida l’anima verso il vero.

Per Santinelli l’amata Cristina è: “Miracol di Natura, che nel contesto cabalistico, potremmo leggerla anche come Shekinah, la “Presenza” divina che si manifesta nel mondo, e che ha in sé la nostalgia dell’unione perduta con il principio maschile. 
In questa chiave, Santinelli non è solo un poeta devoto, ma un sacerdote della parola, che riconosce in Cristina il volto incarnato del divino femminile.
“Holocausto d’ingegno offre il mio canto”

Il suo canto è offerta rituale, sacrificio poetico, adorazione spirituale:  un amore carnale, che trasmuta in una  sacra, alchemica, unione degli opposti tra principio maschile e principio femminile, tra Zolfo e Mercurio, tra Re e Regina, quella che gli alchimisti chiamavano coniunctio, o ierogamia

“Oh se potessi, Amore,
Far che nel foco sacro anco io fossi
Un spirto eletto”

Come nelle cerimonie teurgiche che si svolgevano negli antichi templi della Dea, qui, il desiderio di Santinelli non è quello dell’amante, ma dell’iniziato: egli chiede di essere ammesso nel fuoco sacro della trasmutazione, di partecipare alla luce che la regina irradia non come potere, ma come sapienza risvegliata.

La corte di Cristina, intrisa di filosofia, poesia e alchimia, appare così come un luogo simbolico, un Tempio delle nozze sacre. E lei, regina senza trono, ma sovrana dell’anima, unisce in sé il visibile e l’invisibile, diventando porta tra mondi, ponte tra cielo e terra, figura ieratica del Femminino Supremo.

Santinelli, nell’economia simbolica della sua ode, non cerca l’amore terreno, ma l’alleanza spirituale, la riconciliazione degli opposti, in quella che è forse la vera funzione del poeta nel mondo: cantare l’invisibile attraverso il visibile, riconoscere il divino nel volto della donna-sapienza.




Il Soggiorno Veneziano, i Rosa+Croce e l’Indagine dell’Inquisizione del 1676

Dopo il suo allontanamento dalla corte di Cristina di Svezia nel 1659, Francesco Maria Santinelli si trasferì a Venezia nel 1668, dove visse fino al 1677. Durante questo periodo, entrò in contatto con l’alchimista tedesco Federico Gualdi, figura enigmatica e influente negli ambienti esoterici veneziani. Gualdi era noto per la sua appartenenza all’Ordine dell’Aurea Crucis i 22 capi dei Rosa Croce, una confraternita esoterica che si ispirava ai manifesti rosacrociani apparsi in Germania. Santinelli divenne uno dei discepoli più noti di Gualdi e partecipò attivamente alle attività dell’Ordine. 

Simbolo della Rosa+Croce

Nel 1666, pubblicò sotto lo pseudonimo di Fra Marcantonio Crassellame Chinese l’opera Lux obnubilata suapte natura refulgens, un’ode alchemica che rappresenta un compendio dell’alchimia del Seicento e che si ispira alla Philosophia Hermetica del suo maestro Gualdi.

Nel 1676, il Sant’Uffizio di Venezia avviò un’indagine su Federico Gualdi, figura enigmatica e influente negli ambienti esoterici veneziani, noto per la sua appartenenza all’Ordine dell’Aura Crucis e Rosa Croce. 

Gualdi era considerato il leader di una setta esoterica che si dedicava a pratiche alchemiche, cabalistiche e magiche. Tra i suoi discepoli più noti vi era Francesco Maria Santinelli, gentiluomo della regina Cristina di Svezia, poeta e alchimista.


L’indagine fu avviata a seguito di una denuncia presentata al tribunale del Sant’Uffizio veneziano il 21 aprile 1676, in cui si accusava Gualdi di essere un “negromante” e di guidare una setta che obbligava i suoi membri a patti con il diavolo per ottenere spiriti familiari e conoscenze occulte. 
La confraternita era composta da medici, scienziati, letterati, nobili legati alla corte romana della regina Cristina di Svezia, diplomatici e personaggi di spicco come il marchese Francesco Maria Santinelli.
Nonostante la gravità delle accuse, l’indagine non sfociò mai in un processo formale. 
Gualdi non fu mai convocato dall’Inquisizione, probabilmente grazie alle sue relazioni altolocate nei circoli del potere della Serenissima. 
La sua influenza e il sostegno di importanti figure dell’aristocrazia veneziana potrebbero aver contribuito a evitare conseguenze legali. 
Questa vicenda evidenzia il clima di tensione e sospetto nei confronti delle pratiche esoteriche, nonché il ruolo centrale di Gualdi e Santinelli nella diffusione delle idee rosacrociane in Italia.

Francesco Maria Santinelli e Domenico Federici: un dialogo ermetico tra accademie, corte imperiale e Rosa Croce.
All’interno del complesso universo culturale e intellettuale che ruotò attorno a Cristina di Svezia dopo il suo arrivo in Italia, un ruolo peculiare fu giocato da figure dotate di formazione filosofica ed esoterica, che contribuirono alla costruzione del suo “cenacolo” romano e internazionale. 

 Tra questi, il marchese Francesco Maria Santinelli (1627–1697) e l’abate Domenico Federici (circa 1626–1690) risultano essere due intellettuali marchigiani accomunati da una militanza intellettuale e spirituale condivisa, tanto in ambito accademico quanto nei circuiti ermetico-alchemici legati alla tradizione della Rosa Croce veneziana.

Emblema dell’Accademia degli Scomposti 

Origini comuni: l’Accademia degli Scomposti
Sia Santinelli che Federici furono membri dell’Accademia degli Scomposti di Fano, fondata nel 1641 dal giurista Gregorio Amiani.
Tale accademia, tra le più singolari del panorama culturale marchigiano, si distingueva per il suo animo esoterico, fatto di ricerca, dove scienza e mistero si univano in studi segreti alla scoperta dell’ inconoscibile.
Un mondo accademico ben espresso nel suo stemma che rappresenta un cannocchiale scomposto in sette tubi, sovrastato da un drago alato deduto a tematiche filosofiche, naturali e magiche. Il motto “Compositi ad seposita” richiamava un metodo di ricerca e di separazione nella quale solo la conseguente giustapposizione di ogni elementi consente alla scoperta di cose lontane , che vanno oltre il conoscibile. 
Un emblema, quello degli scomposti, che ben si presta i all’immaginario iniziatico - alchemico e spirituale del tempo, Forse non e un caso che il 
Nell’ambito degli Scomposti, Santinelli e Federici ebbero modo di conoscersi e confrontarsi su questioni di ordine poetico, filosofico e spirituale, coltivando idee comuni che avrebbero lasciato traccia nelle loro rispettive opere: dai “Sonetti alchemici” del primo alla trattatistica simbolica e religiosa del secondo. In questo contesto interessant risulta essere l’epistolario segreto tra Domenico Federici e il Conte 

L’incontro a Vienna e la convergenza alla corte asburgica

Nel 1659, entrambi si ritrovarono a Vienna, alla corte dell’imperatore Leopoldo I d’Asburgo. Santinelli, appena caduto in disgrazia a Roma per via del suo presunto coinvolgimento nell’omicidio Monaldeschi (evento che causò la sua rimozione dal servizio di Cristina), fu accolto presso la corte imperiale con il titolo di consigliere aulico, nonché con il conferimento della Chiave d’Oro. 
Anche Federici giunse alla corte imperiale nello stesso periodo, con il ruolo di segretario dell’imperatrice madre Eleonora Gonzaga-Nevers, zia dell'imperatore. 

La contemporaneità della loro presenza suggerisce una relazione organica e non episodica, ancor più verosimile se si considerano le comuni radici marchigiane, la vicinanza anagrafica e l’appartenenza a contesti culturali condivisi.

In quel milieu viennese in cui la spiritualità barocca si intrecciava con il sapere scientifico e mistico, Santinelli e Federici poterono proseguire i loro studi esoterici con maggiore libertà. A tale fase si devono, tra l’altro, le dediche poetiche di Santinelli all’imperatore Leopoldo e alla consorte Eleonora, nonché l’elaborazione delle rispettive opere alchemiche e simboliche.

Venezia: tra esoterismo e Rosa Croce

Dopo l’esperienza a Vienna, entrambi gli autori risultano attivi a Venezia, città che nel secondo Seicento fu centro di una vivace comunità esoterica. Santinelli si stabilì in laguna intorno al 1665, partecipando a circoli legati alla tradizione della Rosa Croce d’Oro, gruppo spirituale di ispirazione alchemica e neoplatonica. In questo ambiente si muoveva anche Federico Gualdi, figura ambigua e centrale del rosacrocianesimo italiano, che fu oggetto di indagini inquisitoriali nel 1676.

Federici, sebbene più cauto e con posizioni apparentemente ortodosse, pubblicò nel 1683 a Fano (sotto lo pseudonimo di Theophilus Novalckindus) il Phosphorus Hermeticus, testo alchemico e sapienziale chiaramente ispirato — anche nella struttura — alla Lux obnubilata di Santinelli, pubblicata a Venezia nel 1666 sotto forma di poema allegorico in endecasillabi. La somiglianza tematica tra i due testi suggerisce una relazione intellettuale diretta: è plausibile che i due autori si siano scambiati manoscritti, osservazioni e visioni filosofiche anche in questo ambito.

Un legame culturale e spirituale

A legare Santinelli e Federici non fu solo un’esperienza intellettuale condivisa, ma anche una comune vocazione spirituale che li portò a indagare — ognuno con il proprio stile — i misteri della natura, le analogie cosmiche e il linguaggio simbolico delle sacre scritture. La dimensione accademica (Scomposti), quella diplomatica (a Vienna) e infine quella esoterica (a Venezia) costituirono le tre tappe fondamentali del loro dialogo.

La loro opera mostra, infine, un approccio parallelo al concetto di “trasmutazione” — tanto in senso alchemico quanto morale  che appare centrale nei percorsi culturali cristiniani, e ben si inserisce nel clima spirituale promosso da Cristina di Svezia nei suoi cenacoli romani, nei quali la ricerca di verità spirituale, l’ermetismo e la libertà interiore trovavano piena cittadinanza.

Santinelli e il complotto di Fontainebleau

Nel 1657, a Fontainebleau, si verificò l’omicidio del conte Gian Rinaldo Monaldeschi, che macchiò la reputazione di Cristina e coinvolse alcuni membri del suo seguito, tra cui Santinelli, sospettato di essere l’esecutore materiale del delitto. 
Il nome Santinelli emerse subito come centrale, ma con ruoli leggermente diversi a seconda delle fonti. Ludovico Santinelli, in qualità di capitano delle guardie, fu quasi certamente uno degli esecutori materiali che materialmente trafissero Monelleschi. 

Alcune cronache enfatizzano proprio la sua partecipazione all’omicidio: “Monaldeschi fu pugnalato da due domestici di Cristina – in particolare da Ludovico Santinelli – con colpi allo stomaco e al collo” .

Francesco Maria Santinelli, invece, potrebbe non essere stato presente fisicamente all’assassinio; secondo una versione, egli si trovava a Roma per commissioni al momento dei fatti . Questa assenza, se vera, fu forse calcolata per creargli un alibi e attenuare i sospetti diretti sulla persona del marchese. Tuttavia, la maggior parte dei contemporanei e degli osservatori identificò proprio Francesco Maria come il principale ispiratore e responsabile dell’esecuzione, se non addirittura come l’assassino in prima persona. Su di lui infatti “gravò il sospetto che fosse stato l’esecutore materiale del delitto” , cioè la mano che colpì Monaldeschi su ordine di Cristina. Questa convinzione era alimentata dal fatto notorio che Monaldeschi avesse cercato di incastrare proprio Santinelli (forse reputato un suo rivale in influenza presso la regina) tramite le lettere false. In pratica, Santinelli risultava il beneficiario diretto della caduta di Monaldeschi; ciò rendeva plausibile, agli occhi di molti, che egli avesse con entusiasmo eseguito la vendetta di Cristina per liberarsi del rivale.

Le fonti coeve attestano unanimemente che Santinelli fu coinvolto nell’omicidio, almeno come complice consapevole. L’ambasciatore francese Pierre Chanut, informato dell’accaduto, riferì che Cristina stessa gli promise di allontanare Ludovico Santinelli e gli altri due sicari dal suo servizio, quasi a offrirli come capri espiatori . Dal canto suo il cardinale Mazzarino, imbarazzato dallo scandalo, suggerì a Cristina di dare la colpa dell’uccisione a Santinelli e di cacciarlo, per salvare la reputazione della sovrana . Cristina però rifiutò di scaricare tutta la responsabilità sui suoi sottoposti: orgogliosamente dichiarò di essere l’unica responsabile della morte di Monaldeschi, rivendicando la legittimità del suo atto di giustizia sovrana . Ciò non tolse che, nei fatti, Santinelli dovette lasciare immediatamente la Francia insieme alla regina.

A Roma e in Italia il nome di Santinelli divenne sinonimo dell’omicida di Monaldeschi, al punto che alcuni pamphlet lo dipingevano come un sicario spietato al servizio di una regina sanguinaria. Un racconto del tempo riporta il giudizio indignato dei romani: Monaldeschi era stato “assassinato da una barbara straniera con Santinelli come suo braccio armato” . D’altra parte, i documenti pontifici indicano chiaramente che anche il Papa identificò in Santinelli una presenza perniciosa e lo ritenne corresponsabile della vicenda. In definitiva, benché permangano dubbi sul grado esatto della partecipazione fisica di Francesco Maria Santinelli all’omicidio (esecutore diretto o regista dell’agguato compiuto dal fratello Ludovico), il suo coinvolgimento come complice è storicamente certo. La caduta in disgrazia di Santinelli subito dopo Fontainebleau conferma il peso che gli si attribuì nell’affare. È emblematico che Cristina, tornata a Roma, abbia dovuto sacrificare il suo favorito per placare l’indignazione generale: la presenza di Santinelli al suo fianco era divenuta politicamente insostenibile.

Dopo l’omicidio di Monaldeschi, la carriera di Francesco Maria Santinelli subì uno sconvolgimento radicale. Se a Fontainebleau Cristina aveva protetto i suoi servi davanti a Luigi XIV, a Roma dovette cedere alle pressioni pontificie. Papa Alessandro VII, profondamente turbato dalla condotta dell’ex regina e del suo entourage, fu immediato nel prendere provvedimenti: ingiunse a Cristina di licenziare Santinelli e di allontanarlo da Roma al più presto . In una lettera ufficiale datata 3 maggio 1659, Cristina comunicò a Santinelli il suo congedo dal servizio, ratificando così la volontà papale . Il marchese, da astro nascente della corte cristiniana, si ritrovò dunque esiliato e privo di protezione nella città eterna.

Costretto a cercare fortuna altrove, Santinelli decise di riparare nell’orbita dell’Impero asburgico, dove sperava di mettere a frutto le proprie doti letterarie e diplomatiche. Nel 1659 si stabilì a Vienna, presentandosi alla corte dell’imperatore Leopoldo I d’Asburgo . Qui cercò nuovi mecenati potenti e per accreditarsi pubblicò ad Augusta una nuova edizione delle sue Canzoni dedicandola proprio a Leopoldo e all’imperatrice Eleonora . 

Leopoldo I d’Asburgo

La strategia ebbe successo: l’imperatore apprezzò l’omaggio poetico e ricompensò Santinelli con onorificenze prestigiose, nominandolo fra l’altro consigliere aulico imperiale e conferendogli l’insegna della Chiave d’Oro . In pochi anni Santinelli riuscì così a reinventarsi come uomo di lettere e cortigiano presso la corte viennese, mettendo una considerevole distanza geografica e politica dallo scandalo di Fontainebleau.

Nel frattempo, la vita personale di Santinelli prendeva anch’essa svolte avventurose. Già nel 1658, durante il periodo burrascoso del suo allontanamento da Roma, egli aveva intrecciato una relazione amorosa segreta con una nobildonna romana, Anna Maria Aldobrandini, vedova duchessa di Ceri . La duchessa era una lontana parente di papa Alessandro VII, il quale vedeva con estremo sfavore l’unione fra la sua parente e il discusso Santinelli. Nonostante ciò, Francesco Maria riuscì a sposarla per procura in segreto nel giugno 1658. Quando la notizia trapelò, Alessandro VII reagì con durezza: fece mettere la duchessa sotto stretta sorveglianza e le proibì ogni contatto con Santinelli . Di fatto Anna Maria fu confinata, e il marito allontanato da Roma non poté più vederla. Di fronte a questa separazione forzata, Santinelli elaborò un piano audace: rapì la duchessa dalla sua prigione familiare e fuggì con lei dapprima a Venezia e poi nuovamente a Vienna . Alla corte imperiale i due trovarono protezione, al riparo dall’ira dei parenti Aldobrandini e dalle ingiunzioni del papa. Finalmente, dopo anni di peripezie, Francesco Maria Santinelli poté sposare pubblicamente Anna Maria a Vienna nel febbraio 1667. Dalla loro unione nacquero due figlie e l’amore trionfò sulle avversità e sui divieti pontifici.

Stabilitosi definitivamente sotto l’ala dell’Impero, Santinelli continuò la sua produzione letteraria e filosofica. Si dedicò a opere teatrali e trattati ermetici, rifondendo le esperienze avventurose della sua vita in componimenti poetici. Ad esempio, negli anni ‘60 del Seicento scrisse un poema epico-alchemico dal titolo Lux obnubilata sotto lo pseudonimo di Fra’Marc’Antonio Crasselame (opera che godette di una certa fortuna negli ambienti eruditi europei) . Nel 1669 diede alle stampe a Venezia drammi musicali di successo come L’Armida nemica, amante e sposa .  Insediatosi dapprima a Vienna e successivamente di nuovo in Italia verso la fine del secolo, riottenne col tempo l’accettazione nell’ambiente romano. Anni dopo la morte di Alessandro VII, Santinelli poté infatti rientrare a Roma, dove trascorse l’ultima parte della sua vita. Morì nella città eterna il 22 novembre 1697, all’età di 70 anni , chiudendo un’esistenza straordinariamente movimentata. Da cortigiano, poeta e (presunto) sicario, Santinelli era riuscito a sopravvivere alla propria infamia iniziale e a ritagliarsi un posto nelle corti d’Europa, lasciando di sé un ricordo controverso ma singolare.


Opere Principali di Francesco Maria Santinelli

Tra le opere principali di Santinelli si annoverano:

  • Canzoni del conte Francesco Maria Santinelli (1655)
  • Preparamenti festivi di Parnaso (1656)
  • Lux obnubilata suapte natura refulgens (1666)
  • Delle poesie del marchese Francesco Maria Santinelli (1669)
  • L’Armida, nemica, amante, e sposa: Dramma musicale (1669)
  • L’Alessandro overo il trionfo di se stesso: Opera regia (1673)
  • Sonetti alchemici e altri scritti inediti

 Le Accademie Frequentate da Santinelli

Francesco Maria Santinelli fu membro di numerose accademie letterarie e culturali del suo tempo, tra cui:

Accademia dei Disinvolti (Pesaro, 1645; Venezia, 1648) Fondata da Santinelli insieme al fratello Ludovico, l’Accademia dei Disinvolti nacque a Pesaro nel 1645 e fu successivamente rifondata a Venezia nel 1648. Questa accademia si distinse per l’adozione di uno stile letterario barocco e per l’interesse verso tematiche filosofiche e scientifiche. Nel 1649 pubblicò le Poesie de’ Signori Accademici Disinvolti di Pesaro, con dedica al cardinale Cybo, che includevano le prime prove liriche di Santinelli.


Bibliografia 

-  Annarosa Mattei e Claudio Strinati, La regina che amava la libertà: Storia di Cristina di Svezia dal Nord Europa alla Roma Barocca, Salani ed. 2023

- Barbierato, Federico & Malena, Adelisa. Rosacroce, libertini e inquisizione a Venezia: il caso Gualdi. Annali di storia moderna e contemporanea, Università Ca’ Foscari di Venezia, 2009.

- Boella, Alessandro & Galli, Antonella (a cura di). Philosophia Hermetico di Federico. Edizioni Mediterranee, 2008.

- Canneto, Salvatore. SANTINELLI, Francesco Maria. Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 90: Salvestrini–Saviozzo da Siena. Roma: Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2017.

- Garstein, Oskar. Rome and the Counter-Reformation in Scandinavia: 

The Age of Gustavus Adolphus and Queen Christina of Sweden. BRILL, 1992.

- Partini, Anna Maria.Cristina di Svezia e il suo cenacolo alchemico. Roma: Edizioni Mediterranee, 2010.

- Radi, Valentina. L'Accademia degli Scomposti e il libero pensiero delle Marche. Ussero Rivista, 2018.

- Rocchi, Marco. Semplice è la natura. Nuovi studi sulle opere e la vita di Francesco Maria Santinelli. A cura di - Davide Riboli e Marco Rocchi. Netzach, 2019.

- Francesco Maria Santinelli. 

Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Maria_Santinelli

- Accademia degli Scomposti. Histouring

https://www.histouring.com/en/historical-places/accademia-degli-scomposti

- Francesco Maria Santinelli. Rito Egizio Tradizionale

https://www.ritoegiziotradizionale.it/bibliografia/marchese-francesco-maria-santinelli

- Federico Gualdi. Wikipedia  https://it.wikipedia.org/wiki/Federico_Gualdi

- Cristina di Svezia. Wikipedia  https://it.wikipedia.org/wiki/Cristina_di_Svezia

- Cristina di Svezia a Roma. Roma Sito Unesco https://romasitounesco.it/cristina-di-svezia-a-roma.

- Accademia Reale. Wikipedia  https://it.wikipedia.org/wiki/Accademia_Reale

- Porta Alchemica. Wikipedia  https://it.wikipedia.org/wiki/Porta_Alchemica


martedì 17 giugno 2025

L’asino con la lira: simbolismo e saggezza celata nel portale romanico di Saint-Pierre d’Aulnay

 di Massimo Agostini

Si vede su un documento dell’antico Egitto, un asino che pizzica una lira a nove corde.

Esistono ben due asini che sono due stelle della costellazione del Cancro e l’Asino sarebbe stato per gli Egiziani il simbolo di Tifone, l’Avversario di Osiride. 

La figura dell’asino può anche significare che per chi è troppo materialista, preso nella crassa ignoranza, che non vede oltre le forme, la porta della conoscenza è chiusa. 

Solo chi è in grado di aprire gli occhi, sapendo guardare, potrà trovare e comprendere la verità.

Nell’immagine “Asino con la lira - portale della chiesa di Saint Pierre de la Tour, Aulnay


Nel cuore della Saintonge, tra le pietre  della chiesa romanica di Saint-Pierre de la Tour ad Aulnay (Francia), si cela un bassorilievo tanto curioso quanto enigmatico: un asino che pizzica una lira.

Questa immagine, apparentemente comica, è invece carica di significati simbolici profondi, che affondano le radici in antiche cosmologie, tradizioni egizie, riferimenti astrologici e allegorie medievali. Più che una semplice decorazione, l’asino con la lira è una chiave esoterica che ci interroga su conoscenza, ignoranza e verità.


Un animale “semplice”, ma mai banale

L’asino, nella tradizione antica e medievale, è un animale ambivalente: simbolo di umiltà e fatica, ma anche di ostinazione e ignoranza. In molte raffigurazioni medievali è lo zimbello della sapienza mal compresa, un animale che imita gesti umani senza coglierne il significato più profondo.

Nel contesto cristiano, l’asino rappresenta spesso chi resta cieco alle verità divine, chi si arresta alla superficie delle cose, incapace di “suonare” le corde dell’anima e della conoscenza autentica. È l’uomo che non vede oltre la materia, che si ferma alle forme senza intuirne lo spirito.


Echi egizi e astrali

Ma l’asino non è solo simbolo di stoltezza. Nell’iconografia egizia, esso è legato a Tifone (Seth), la forza distruttrice e antagonista di Osiride. Come tale, è emblema del caos e della confusione spirituale. Gli antichi Egizi lo associavano anche a due stelle nella costellazione del Cancro, chiamate gli “Aselli”, che tirano il carro del Sole in certe leggende greche.

Tifone

Questo collegamento celeste ci ricorda che le immagini scolpite nei portali delle chiese romaniche non sono mai solo terrene, ma riflettono un sapere che unisce astronomia, teologia e simbolismo. Il portale è, in senso reale e metaforico, una soglia tra mondi: quello materiale e quello spirituale.


La musica come metafora dell’armonia interiore

La lira, strumento musicale per eccellenza nell’antichità, è simbolo di armonia cosmica e spirituale. Affidata alle mani di un asino, questa armonia diventa parodia: l’ignorante può tentare di imitare i gesti del sapiente, ma senza comprensione produce solo rumore.

Questa scena è dunque una satira visiva medievale, un ammonimento a non confondere la forma con l’essenza, l’imitazione con la verità. È una lezione sempre attuale: chi si limita ad “eseguire”, senza comprendere, resta fuori dalla porta della conoscenza.


Una soglia da attraversare con occhi nuovi

Il portale della chiesa romanica, ornato da creature fantastiche e simboliche, non è soltanto un ingresso architettonico: è la soglia del mistero. Il messaggio dell’asino con la lira è chiaro: per entrare davvero nel tempio – e quindi nella conoscenza – bisogna aprire gli occhi interiori. Solo chi sa guardare oltre le apparenze, superando la crassa ignoranza, può avvicinarsi alla verità.


L’asino con la lira scolpito a Saint-Pierre d’Aulnay ci parla ancora oggi, in un’epoca dove l’apparenza spesso domina sulla sostanza. Questa figura, a metà tra ironia e rivelazione, ci ricorda che la vera sapienza non è imitazione, ma comprensione profonda, capace di armonizzare le corde interiori con l’universo.

In un mondo che spesso premia il rumore, questo antico rilievo ci invita al silenzio contemplativo, alla ricerca, alla visione. Perché la lira dell’asino, se affidata a mani consapevoli, può ancora suonare la musica della verità.




 


domenica 8 giugno 2025

Chi fu il Primo Gran Maestro dei Templari?

"(...) la famiglia di Nocera prende nome da Albertino di Bretagna detto “di Pagano” (m. 1091), discendente del normanno Alberto (Aubert de Cravent) che nel 980 era sceso in Italia con i primi colonizzatori.



PAGANO di Nocera de' Pagani.

"Derivata da un Albertino, cavaliere di Bretagna, il quale, avendo sposato la nipote del suo duca sovrano, per cui adottò nel suo scudo l'armellino, insegna di quel principe, seguì Tancredi il Normanno per conquistare le contrade napoletane occupate dai Saraceni. Edificate alcune case in quel di Nocera, e discacciatine gl'infedeli, a perpetuarne il ricordo, il detto Albertino diè il nome di Nocera de' Pagani a quella città, ed i suoi posteri per la stessa ragione assunsero il cognome di Pagano. Nel napoletano questa famiglia è stata una delle più illustri, avendo goduto nobiltà a Napoli nei sedili di Porto, di Portanova e di Montagna, in Lucera, in Cotrone, in Nocera, in Caserta e in Reggio.
Insignita di alti uffici e di luminose cariche, à posseduto altresì il possesso di più di 60 feudi, dei marchesati di Bracigliano e di Melito e del ducato di Terranova . Grande illustrazione di questa famiglia fu Ugone Pagano uno dei fondatori e primo Gran Maestro dell'Ordine de' Templari nel 1119 .
I Pagani si divisero in molti rami che si stabilirono in Lucera, Nocera, Salerno, Romagna (Susinana, dando origine agli Ubaldini) e Sicilia e di questi non sopravvivono che il ramo di Napoli e quello di Nocera"

Dal libro : Dizionario Storico - Blasonico delle Famiglie Nobili e Notabili Italiane Estinte e Fiorenti ( Volume II° - ristampa anastatica dell'edizione del 1886). Autore : G.B.Crollalanza Edizioni : Arnaldo Forni Editore

Il Cartulaire de l’abbaye de Saint-Père de Chartres (Autori vari, Collection des Cartulaires de France de l’Imprimerie de Crapelet, 1840, Tomo I: Par M. Guerard, Cartulaire de l’abbaye de Saint-Père de Chartres) conferma l’origine normanna della famiglia, più specificamente dai signori di Ivry, imparentati quest’ultimi con i St. Clair sur l'Epte.

Manca purtroppo una precisa genealogia, ma è confortante la notizia che Albertino avrebbe contratto un primo matrimonio con la contessina d’Ivry, Aubree de Bayeux, e un secondo con la nipote del duca di Bretagna.

Chi fu il Primo Gran Maestro dei Templari?

L' ipotesi immagina i Pagano normanni e di stirpe Ebura, che è documentato fosse una popolazione presente in Normandia, area della attuale Evry (feudo dei conti di Ivry) e britannica, area della attuale York.

Un articolo del genealogista Lindsay Brook sosteneva la discendenza dei Plantageneti dai Pagano Ebriaci pisani "The Ebriaci of Pisa, Jewish ancestors of the Plantagents"; articolo che avevo inoltrato al prof. Luzzati (uno dei più importanti studiosi di storia dell'ebraismo) poco prima della sua scomparsa. Il prof.Luzzati aveva indicato il suo scetticismo su un possibile legame ebreo in base alla denominazione Ebriaci: da qui nasce l'ipotesi e la ricerca Ebriaci --> Eburiaci.
Ovviamente è una delle ipotesi, quella accredita dagli accademici universitari sappiamo essere solo quella francese.

Come scrive Mario Caravale (Dizionario Biografico degli Italiani: LVII Giulini – Gonzaga. Roma,2001) su Ugo II, detto degli Eb(u)riaci da Vecchiano, morto avanti il 30 maggio 1136, i documenti  pisanidicono in realtà assai poco, come se la sua attività si fosse svolta prevalentemente lontano dallacittà. “(…) Chiamato nei documenti con il soprannome di "Eb(u)riaco", egli era figlio di un altro Ugo   che,  nel  penultimo   decennio   del   secolo  XI,  aveva  fatto   parte  della  schiera  dei  principali sostenitori pisani di Enrico IV. Intorno al 1090, però, aveva aderito all'azione pacificatrice esercitatadal   vescovo  di   Pisa,   

Daiberto,   sostenitore  e   collaboratore   di   Urbano   II   e  Matilde   di  Toscana (duchessa di Lorena, figlia di Berta di Lotaringia, sepolta a Lucca nel 925, e zia di Goffredo di Buglione) e da allora era tornato a intrattenere ottimi rapporti con il vescovado, che fino a tutta laprima metà del secolo XII fu il primo centro d'autorità della civitas, della quale era il rappresentanteistituzionale verso l'esterno”.

Ugo di Pagano era un influente banchiere ed armatore di Pisa; il padre Ugo I è ricordato come l’ammiraglio ed armatore che mise a disposizione la sua flotta per la crociata delle Baleari nel 1115 sia da Paolo Tronci in “Annali Pisani”, ed. Vannucchi, Pisa, 1829, sia nel “Liber maiolichinus de gestis pisani populi”, (traduzione di Pietro Loi di un manoscrittoconservato presso la Biblioteca Universitaria di Pisa, ed. Giardini, Pisa, 1964). Organizzare una crociata era veramente complesso da un punto di vista logistico in quell'epoca: solo pensare a 120 navi messe a disposizione da Pisa su una flotta commerciale stimata di circa 400 navi.

La presenza salernitana può essere molto probabile perché è documentato accademicamente che i Pagano Eb(u)riaci da Vecchiano fossero legati ad un’altra importante famiglia pisana, i Gaetani, proprietari di un vasto territorio tra Pisa ed il mare, ancora oggi chiamato “al Gatano”, ottenuto il 6 luglio 1051 da Dodo di Ugone di Teperto di Ugone Gaetani, duca di Gaeta, barone dell'Impero e conte di Terriccio. Sia i da Vecchiano che i Gaetani ponevano nello stemma familiare un “cane rampante” per significare la loro discendenza dalla gens Anicia.

Credo sia molto plausibile immaginare che l'Ugo di Nocera e l'Ugo di Pisa (e anche l'Hugh de Payns) siano in realtà la stessa persona.

Interessante inoltre la presenza documentata dell'Ugo da Nocera presso il Casale di San Martino, fuori Forenza, "tra i vigneti di Aglianico", perché l'Ugo da Vecchiano coltivava l'Aglianico, detta uva paria o pariana, originaria della Misia (Turchia); un antico vitigno rosso già coltivato in epoca etrusca che, secondo il Toscanelli, dette anche il nome alla vicina Parrana presso Colle Salvetti.

Curiosamente sia il Bargeo (Pietro Angeli, 1517-1596), con l'esegesi dell'Ugo II pisano, che il Carafa, con l'esegesi dell'Ugo lucano, appartenevano allo stesso ambiente culturale, legato alla Accademia degli Svegliati ed ai circoli anti-aristotelici delle accademie ficiniane.

L'ipotesi dell'Ugo lucano, nata con gli Svegliati del Carafa, ha un'origine irlandese normanna. Il Carafa si dichiarava discendente dell'Ugo dei Pagani da Nocera.

L'attuale famiglia Guerrieri, discendente dei Pagani da Nocera, ha inquartato al centro dello stemma una testa di moro (non bendata) che rappresenterebbe il noto Ugo, secondo la tradizione familiare.

https://www.facebook.com/first.templar.in.vecchiano/

martedì 3 giugno 2025

Tra luce e ombra, l’essenza si cela

Riflessioni 
 di Massimo Agostini

Luce che riflette, ombra che svela e la luce diviene , architetto invisibile, disegna l’enigma dell’essere.

Sul tessuto azzurro che pare un mare — simbolico, onirico, eterno — si posa la sagoma, una fragile e mutevole trama, di un essere che è un non essere.

Ecco l’angoscia di una paurosa domanda: chi siamo, davvero, oltre ciò che il sole disegna e il mondo osserva?

In quel confine sfumato tra materia e spirito, prigioniera di confini terreni, l’anima si specchia in forme effimere. Chi è veramente quell’ombra?

Nel confuso divenire tra ciò che appare e ciò che è, si agita il mistero dell’esistenza, sicché l’anima trema. 

Ma in quell’attimo sospeso, quando l’ombra si sposta e il vento tace, la verità si insinua come respiro sottile:

“non siamo ciò che appare, ma ciò che vibra nel non detto, l’energia che ci distingue nel suo vibrante divenire, in ciò che resta, anche quando la luce svanisce.


sabato 31 maggio 2025

Cristina di Svezia e la libertà: un racconto di storia, esoterismo e rinascita dell’Accademia degli Scomposti di Fano

di Massimo Agostini

Nella suggestiva cornice del Palazzo Castracane degli Antelimelli di Fano, e precisamente nella “sala de Sole” dove la regina Cristina di Svezia fu ospitata durante il suo viaggio verso Roma, si è svolta la presentazione del libro di Annarosa Mattei, La regina che amava la libertà (Salani, 2023). 

Un evento di forte valore simbolico e culturale, che ha segnato anche il ritorno dell’Accademia degli Scomposti sulla scena pubblica fanese dopo un lungo periodo di silenzio, sapendo unire, tramite un sottile filo, una regina nordica del Seicento, un palazzo fanese dal fascino antico e un’accademia rinata dalle ceneri del tempo: quel filo si chiama libertà. E proprio il concetto di libertà è stato il cuore pulsante della presentazione del libro di Annarosa Mattei,


L’evento ha rappresentato molto più di una semplice presentazione letteraria: è stato il momento fondativo di una nuova stagione per l’Accademia degli Scomposti, storica istituzione fanese dalle radici seicentesche, capace oggi di ritrovare voce e visione, grazie all’impegno del Presidente Eros Manocchi, del Presidente Onorario, conte Lupo Bracci, figura chiave della rinascita dell’Accademia negli anni ’90 – e alla partecipazione di intellettuali e studiosi.


Non è stata casuale la scelta del luogo della presentazione: proprio in questo palazzo la regina sostò nel suo passaggio attraverso le Marche, accolta con onori. A Pesaro, incontrò due giovani, tra cui Francesco Maria Santinelli, figura affascinante e misteriosa, alchimista e intellettuale, che la seguì poi a Roma. Santinelli era membro della Accademia degli Scomposti, un’istituzione fanese fondata nel 1641, dal carattere esoterico e filosofico, il cui simbolo – sette tubi di canocchiale scomposto sotto le ali del drago – allude alla ricerca delle verità più profonde e nascoste attraverso lo studio delle arti e delle scienze.

La serata si è aperta con i saluti istituzionali dell’Assessore alla Cultura del Comune di Fano, Lucia Tarsi, che ha sottolineato l’importanza dell’evento per la valorizzazione della storia culturale cittadina e del patrimonio immateriale rappresentato da Cristina e dalla sua straordinaria vicenda.

È intervenuto quindi il Presidente dell’Accademia degli Scomposti, Eros Manocchi, che ha presentato l’incontro come l’avvio di una nuova stagione culturale per l’Accademia, raccontandone le origini e le trasformazioni. A seguire, il Presidente Onorario, Conte Lupo Bracci, ha ricostruito le fasi salienti della sua lunga storia: dalla fondazione nel 1641, alla fusione con l’Accademia Fanestre, alla successiva trasformazione nel Circolo Cittadino, fino alla riunificazione tra le due identità, avvenuta grazie alla sua opera, quale vero artefice della rinascita moderna dell’Accademia.

Con un breve intervento, Alessandro Patricola ha evocato la funzione e il simbolismo dell’Accademia: un canocchiale scomposto in sette tubi, protetto dalle ali di un drago, emblema di una conoscenza che non è mai lineare, ma che si svela attraverso la scomposizione, l’analisi e lo studio delle arti – anche quelle occulte.


L’Accademia, con il suo motto composita ad seposita, ha voluto celebrare non solo il ritorno delle proprie attività, ma anche il proprio spirito originario: una visione della conoscenza come percorso di scomposizione e ricomposizione, in perfetta sintonia con la figura di Cristina, donna che ha scomposto le convenzioni del suo tempo per ricomporre un’identità libera e fuori dagli schemi.

In quolesto contesto ricco di storia e significati, si è inserito perfettamente il libro di Annarosa Mattei, introdotto dal noto storico dell’arte Claudio Strinati, che ha riletto la figura di Cristina come un crocevia tra mondi: regina e intellettuale, protestante e cattolica, svedese e romana, donna in una condizione “virile”, protagonista in un secolo di trasformazioni profonde. Cristina, che abdica al trono nel 1654 e si converte al cattolicesimo l’anno successivo, percorre l’Europa con il carisma di chi rifiuta i vincoli della norma e abbraccia una visione altra, più ampia, più inquieta.

Strinati, nel suo intervento, ha evocato il concetto di libertà come cifra esistenziale della sovrana, citando un celebre verso dantesco – «Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta» – per sottolineare come la scelta di Cristina non fosse solo politica o personale, ma radicalmente etica, assoluta, quasi tragica, come quella degli eroi.


Annarosa Mattei, con passione e rigore, ha raccontato come la sovrana svedese abbia saputo trasformare la propria condizione regale in uno strumento di emancipazione: il rifiuto del matrimonio, la passione per la cultura, la libertà come scelta radicale sono tutti tratti di una personalità fuori dal comune, che – sebbene sostenuta da privilegi – si spinse ben oltre i confini imposti dal suo tempo.

Durante il viaggio verso Roma, Cristina passò per le Marche, fermandosi a Pesaro, dove incontrò due giovani locali, tra cui Francesco Maria Santinelli, alchimista e intellettuale, che da allora la seguì fedelmente e divenne figura centrale della sua corte romana. Santinelli, non a caso, era membro dell’Accademia degli Scomposti: un dettaglio che chiude il cerchio simbolico della serata fanese, dove storia, cultura, spiritualità e identità si sono intrecciate in un racconto di straordinaria attualità.

In tempi in cui il concetto di libertà personale e di autodeterminazione femminile è al centro del dibattito sociale, la vicenda di Cristina di Svezia – riletta da Mattei con uno sguardo acuto e moderno – ci ricorda che anche nei secoli più oscuri, alcune donne hanno saputo abitare il proprio tempo senza esserne prigioniere.

E forse è proprio questo, oggi, il lascito più forte della serata e della regina: la libertà come arte, come sapere, come rottura, come possibilità. Ed è questo anche il messaggio con cui l’Accademia degli Scomposti si riaffaccia al panorama culturale di Fano: con uno sguardo “scomposto”, aperto, profondo. Come attraverso un canocchiale antico che punta dritto verso il futuro.



venerdì 30 maggio 2025

L’ultima cena nel Duomo di Fano e le tre vie del Cristianesimo

 Le tre vie del Cristianesimo primitivo

Di Massimo Agostini

Un viaggio tra simboli e silenzi nell’Ultima Cena del Duomo di Fano

C’è un momento, entrando nel Duomo di Fano, in cui il silenzio ti sorprende. Non è solo il silenzio della pietra o della navata — è un silenzio più profondo, che ti osserva da un dipinto.

L’Ultima Cena. Un’opera che, a prima vista, sembra seguire i canoni della tradizione. Ma guardando con più attenzione, qualcosa si muove tra le pieghe delle vesti, tra i volti, tra gli sguardi e all’improvviso, come in un sogno, appare una mia personale visione.




Tre figure, tre vie

1. Giacomo il Giusto – La via della radice ebraica, per quanto non annoverato dal canone come Apistolo.

A sinistra di Gesù (per chi guarda), un apostolo con le mani giunte.
Non è l’atteggiamento impulsivo di Pietro, né la tenerezza del discepolo amato. È devozione profonda, interiore.
Questa figura, nella mia visione, diviene così espressione simbolica  di Giacomo il Giusto, fratello del Signore, detto anche il giusto per la sua rettitudine, secondo le fonti antiche.

Giacomo fu il leader della comunità cristiana di Gerusalemme, un punto di riferimento per i giudeo-cristiani, rispettato anche tra i farisei e gli ebrei osservanti.

Predicava nel Tempio di Gerusalemme, era fedele alla Torah, e incarnava una forma di cristianesimo in continuità con l’ebraismo, non ancora distaccata dalla sua matrice.

Paolo lo chiama, assieme a Pietro e Giovanni, una delle “colonne” della Chiesa (Galati 2,9)

Il suo martirio, avvenuto poco prima della distruzione del Tempio nel 70 d.C., segnò anche la fine simbolica di quella prima comunità cristiana delle origini.

Nel dipinto, Giacomo il Giusto è il ponte tra la memoria storica e la fedeltà profetica, tra il Cristo storico e la radice da cui tutto è germogliato.

2. San Pietro – La via dell’istituzione

Accanto a Giacomo, ancora più a sinistra, una figura si distingue: un uomo che si tocca il petto con il dito. Il gesto è forte, identitario: “Sono io”.

È Pietro, la “pietra” sulla quale Gesù fonderà la sua Chiesa. Colui che, dopo il trauma del rinnegamento, diventerà guida e struttura, e con Paolo porterà il Vangelo ai gentili.

Nel quadro, Pietro è l’emblema della Chiesa istituzionale, quella che prenderà casa a Roma.

3. Maria Maddalena – La via del cuore e del mistero

Secondo la tradizione della Leggenda di Giacomo da Varazze (Jacques de Voragine) e la celebre Legenda Aurea, Maria Maddalena sarebbe approdata nel sud della Francia dopo la morte e resurrezione di Gesù. Insieme ad altri seguaci, sarebbe sbarcata a Saintes-Maries-de-la-Mer, in Provenza, dove avrebbe proseguito la sua predicazione e vita spirituale.

Questa narrazione ha dato origine a un culto diffuso nel Medioevo, legato alla figura della Maddalena non più come peccatrice redenta, ma come guida sapienziale e profetica. In queste terre occidentali si formarono comunità che onoravano la sua memoria come fondatrice spirituale. Alcuni hanno visto in questa linea una continuità con correnti eterodosse come i Catari, che attribuivano centralità alla dimensione interiore, al femminino sacro, e alla trasmissione diretta della conoscenza del Cristo.

La figura di Maria Maddalena, quindi, si distacca dalla sua marginalità canonica per divenire simbolo di una Chiesa del cuore, fondata sull’esperienza e sulla rivelazione, non sul potere.

Dalla parte opposta, alla destra di Gesù, la figura che più suscita domande: giovane, delicata, vestita di rosso e verde. Non il consueto Giovanni, ma forse Maria Maddalena.

Simbolo del femminino sacro, testimone della Resurrezione, Maddalena è colei che “ha visto”, prima degli altri. Secondo alcune tradizioni, avrebbe portato la parola nel sud della Francia, dando origine a un cristianesimo mistico e interiore.

Nel dipinto, il suo volto e la sua postura suggeriscono un rapporto diretto e intimo con il Cristo.



Simbolismo nascosto: tre vie e una lettera

Se tracciamo i contorni stilizzati delle tre figure – Giacomo il Giusto, Gesù e Maddalena – si delinea una “M” invisibile, Una lettera che può significare molto: Maria, Maddalena, ma anche Matrimonio Mistico, tra il fratello di Gesù, Giacomo e Maria Maddalena, secondo l’usanza ebraiche che il fratello sposi la vedova di suo fratello, affinché l’eredità Cristiana non venisse attribuita a Pietro. E casi fu con Giacomo, che divenne erede del cristianesimo ebraico, ma ciò portò alla sua persecuzione e martirio, così fu anche per Maria  Maddalena che perseguitata e abbandonata con i suoi seguaci, ai marosi, su una barca senza vele e remi, per miracolo riuscì a salvarsi, per diffondere, come Apostola degli Apostoli, il messaggio del suo amato Gesù, nel sud della Francia.



Il dipinto del Duomo di Fano  sembra essere il simbolo di un’eredità plurale, di tre anime spirituali:
- Giacomo: la via della Torah e della storia
- Pietro: la via della struttura e della missione
- Maddalena: la via mistica e interiore


Il calice spirituale: una “V” tra Giacomo il Giusto e Maria Maddalena

…e il richiamo al vero Santo Graal

Nel dettaglio dell’Ultima Cena del Duomo di Fano, osservando i contorni dei due Apostoli, uno a sinistra di Gesù, e l’altro (Maria Maddalena) alla sua destra, si delinea una forma a “V”, quasi a disegnare un calice.

Ma questo non è un semplice spazio vuoto: è un segno.



Il calice, simbolo per eccellenza della spiritualità cristiana, diventa qui il contenitore non del solo vino o del sangue, ma del messaggio vivente del Cristo. Un Santo Graal silenzioso, non materiale, ma spirituale, formato dalle due figure che meglio ne hanno incarnato l’essenza.


• Giacomo il Giusto, la continuità con l’ebraismo, la voce della comunità di Gerusalemme, la fedeltà alla Legge e al Tempio.

In alternativa Pietro, , la “pietra” che sarà fondamento della Chiesa di Roma. 

• Maria Maddalena, la testimone del Risorto, la via mistica, carismatica, forse trasmessa in segreto nei secoli attraverso culti alternativi e memorie eretiche.
In mezzo a loro, Gesù appare come luce e centro, come spirito che unisce, come il cuore del Graal stesso.

Questa lettura ci invita a rovesciare il senso comune della leggenda del Santo Graal: non una coppa fisica cercata dai crociati, ma un’alleanza invisibile tra due testimoni del Cristo, uniti dalla stessa luce.
Forse il Graal non va trovato: va riconosciuto nell’incontro di radice e cuore, di Legge e Visione, di Giacomo e Maddalena.

Conclusione: una mappa spirituale

Non tre verità in conflitto, ma tre linguaggi. Non divisione, ma memoria di una pluralità originaria, che l’arte sembra aver custodito più della teologia.

L’Ultima Cena di Fano non è solo una narrazione evangelica: è una mappa esoterica, un codice visivo delle vie che il messaggio del Cristo ha percorso.

Riconoscerle non significa dividerle, ma ricomporre una storia più grande.

Forse oggi, in un tempo di confusione, vale la pena rileggere queste immagini con occhi nuovi.


Massimo Agistini