giovedì 2 aprile 2026

Luce dal Buio. L’Amore ha nome di donna Nidaa Badwan a Fano tra arte, simbolo e rinascita

Ci sono momenti nella storia dell’arte in cui l’opera non nasce semplicemente dall’ispirazione, ma da una vera e propria discesa nell’oscurità.

Come nei grandi miti dell’umanità, da Inanna a Persefone, da Orfeo fino alla resurrezione cristiana, la luce non appare mai senza prima attraversare la notte.


È questo il significato profondo dell’evento “Luce dal Buio – L’Amore ha nome di donna”, promosso a Fano dall’Accademia degli Scomposti, in collaborazione con. il Comune di Fano e la Fondazione Cassa di Risparmio di Fano, in occasione della Giornata Internazionale della Donna.


Un incontro tra arte, simbolo e testimonianza umana che ha visto protagonista l’artista palestinese Nidaa Badwan, la cui vicenda personale e creativa rappresenta uno degli esempi più intensi di come la sofferenza possa trasformarsi in visione.

L’iniziativa si è articolata in due momenti: il convegno, ospitato presso l’ex Chiesa del Gonfalone, e l’inaugurazione della mostra dedicata alle opere dell’artista presso Palazzo Bracci Pagani.


speciale FanoTV

Dopo il saluto dedle autorità presenti e del Presidente dell'Accademia degli Scomposti, Eros Manocchi, a introdurre e moderare il convegno è stato il Egidio Senatore, che ha costruito un filo narrativo capace di collegare la vicenda umana e artistica di Nidaa Badwan a una riflessione più ampia sul ruolo del femminile nella storia e nella cultura.

Speciale TVRS

Nel corso del convegno, Egidio Senatore ha dialogato con l’artista Nidaa Badwan, ripercorrendone la vicenda umana segnata dal contesto della Striscia di Gaza, tra imposizioni, restrizioni e una condizione di forte limitazione della libertà personale.

Da questa esperienza nasce la scelta di un isolamento volontario durato venti mesi, vissuto all’interno di una stanza, divenuta spazio di rigenerazione interiore e creativa. È proprio in questo tempo sospeso che prende forma il suo primo ciclo di opere, 100 Days of Solitude, espressione di una rinascita attraverso l’arte.

Senatore ha inoltre inserito il percorso dell’artista in una più ampia tradizione, accostandolo ad altre figure femminili — come Artemisia Gentileschi — in cui l’esperienza del dolore si trasforma in linguaggio creativo e possibilità di riscatto.

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intervista a Egidiio Senatore- Fanotv

Il convegno ha inoltre visto un intervento "speciale"n dello scrittore Massimo Agostini dal titolo: "Sophia e il Graal: nascita della Luce"

Nel suo intervento Massimo Agostini. ha proposto una lettura simbolica dell’esperienza artistica di Nidaa Badwan, inserendola in un percorso archetipico che attraversa da sempre la storia dell’umanità.

L’uomo vive infatti in una tensione profonda: da una parte avverte dentro di sé una dimensione che aspira all’infinito, alla conoscenza, alla luce; dall’altra sperimenta il limite della condizione umana, la sofferenza, la caducità della vita.

Questo dualismo ha attraversato molte tradizioni spirituali e filosofiche e trova una particolare espressione nelle correnti gnostiche, dove il mondo materiale appare spesso come una dimensione di oscurità nella quale tuttavia è custodita una scintilla di luce.

Proprio questo cammino dalla tenebra alla luce rappresenta uno dei grandi archetipi della storia dell’umanità: il viaggio dell’anima attraverso la notte per ritrovare la propria origine luminosa.

In questa prospettiva ha proposto un parallelismo tra alcune grandi figure simboliche del femminile — dalla Sophia della tradizione gnostica, simbolo della sapienza caduta nella materia e destinata alla risalita, fino alla figura di Maria Maddalena, custode della conoscenza e della rinascita.

Il percorso creativo di Nidaa Badwan sembra risuonare con questo stesso schema simbolico.

Costretta per un periodo a vivere in isolamento nella Striscia di Gaza, l’artista ha trasformato quella condizione di chiusura e dolore in un’esperienza di intensa creazione artistica.

Da quella che potremmo definire una vera “notte dell’anima” sono nate immagini di straordinaria forza simbolica, nelle quali la luce emerge dal buio come segno di una trasformazione interiore.

In questo senso l’arte diventa un vero e proprio atanor dell’anima, un luogo di trasmutazione dove l’esperienza del dolore può trasformarsi in bellezza, visione e conoscenza.

intervista a Massimo Agostini - Fanotv

intervista a Massimo Agostini -TVRS


La mostra: l’arte come rinascita

La mostra dedicata ai cicli fotografici di Nidaa Badwan ha permesso al pubblico di entrare nel mondo visionario dell’artista, fatto di colori intensi, scenografie quasi teatrali e atmosfere sospese tra sogno e memoria.


Le sue opere, nate durante il periodo di isolamento nella Striscia di Gaza, raccontano un percorso personale e universale allo stesso tempo:un viaggio attraverso la solitudine, l’immaginazione e la memoria, fino alla riconquista di una nuova libertà interiore.

La fotografia diventa così uno strumento attraverso cui l’artista trasforma l’esperienza del limite in un atto creativo, dando vita a immagini che sembrano emergere dal buio come apparizioni luminose.

Arte, femminile e trasformazione

L’evento ha rappresentato non solo un momento artistico, ma anche un’occasione di riflessione sul ruolo della donna come forza generativa e trasformativa nella storia e nella cultura.

Attraverso l’arte di Nidaa Badwan e il dialogo tra i relatori, il pubblico è stato accompagnato in un percorso che ha mostrato come spesso proprio dalle profondità dell’esperienza umana possa nascere una nuova luce.

Forse è proprio questo il senso più profondo dell’arte. Non semplicemente rappresentare la realtà, ma trasformarla.

Trasformare il dolore in bellezza, la ferita in conoscenza, l’oscurità in luce.

 Le opere di Nidaa Badwan, nate nel silenzio di una stanza chiusa nella Striscia di Gaza, raccontano proprio questo mistero: la capacità dell’anima umana di generare luce anche quando tutto intorno sembra avvolto nell’ombra.

In questo senso l’artista diventa quasi una figura archetipica:una sacerdotessa della luce che, attraversando la notte, riporta nel mondo una scintilla di bellezza.

Ed è forse questa la lezione che eventi come “Luce dal Buio” ci consegnano: che dentro ogni oscurità esiste una soglia, e oltre quella soglia — se si ha il coraggio di attraversarla — può nascere una nuova luce.

Alcune opere del ciclo "cento giorni di solitudine"






questo evento ha trovato spazio anche sulla stampa nazionale





martedì 17 febbraio 2026

Giordano Bruno, respiro di libertà - conferenza di Egidio Senatore

Condannato da un Papa nato – per caso – nato a Fano


Il 17 febbraio 1600, a Campo de’ Fiori

Giordano Bruno brucia sul rogo.

Non abiura. Non si piega.

È lui il respiro di libertà.

A firmare la condanna è il pontificato di

Papa Clemente VIII

nato — quasi per ironia della storia — a Fano

Due nomi.

  • Una città.

Una data che ancora interroga la coscienza.


intervento sdi. Egidio Senqatore in occasione di un 3ev3nt6o organizzsato dall'Accademia Vitruvio Fanum

venerdì 6 febbraio 2026

FanoTv Massimo Agostini intervistato da Cristiana Guerra

Dal mare di Fanum Fortunae
alla Dea, alla nave sacra,
fino al Carnevale.
Un viaggio tra storia, mito e memoria,
dove Iside, Fortuna e la primavera
parlano ancora




mercoledì 28 gennaio 2026

Fano, la Nave della Dea Iside, Fortuna e il Carnevale che ritorna

Fano non è solo una città di mare.

È un luogo di memoria, dove storia e rito si intrecciano.

Questo video è un viaggio simbolico e storico che parte da Fanum Fortunae, la città romana dedicata alla Dea Fortuna, per risalire alle antiche celebrazioni marittime del Navigium Isidis, fino alle forme trasmutate del Carnevale.

Tra archeologia, mito e tradizione popolare, emerge il filo invisibile di un rito che non si è mai spezzato: quello della rinascita, del mare e della primavera.

Un racconto per immagini e parole, dove la Dea cambia nome e volto, ma continua a tornare.

Il racconto continua su YouTube

Scopri la nave della Dea e il rito che ritorna.



Fano, la Nave della Dea e il carnevale

  Fano, la Nave della Dea e il carnevale

Fano, la Nave della Dea e il carnevale





lunedì 19 gennaio 2026

il Cristo deriso

 


Questo quadro mi ha incuriosito profondamente. È il Cristo deriso del Beato Angelico, frate domenicano, e colpisce subito per un aspetto quasi sorprendentemente moderno, per certi versi persino surrealistico. Accanto a una realtà figurata, stabile e centrata nella figura di Cristo, compare una realtà altra, immaginata, disarticolata: quelle mani e quei volti senza corpo che schiaffeggiano, deridono, colpiscono. Un’immagine che può rimandare al Vangelo di Luca, quando Cristo viene bendato e schernito – «Indovina chi ti ha colpito» – ma che va oltre la semplice illustrazione del testo evangelico. È proprio questa frattura visiva a generare la domanda: che cosa sta realmente mostrando Angelico? L’interpretazione classica legge nella figura femminile la Vergine Maria e in quella maschile San Domenico, in una scena pensata per la meditazione sulla Passione. Eppure, osservando con attenzione, quella donna appare sorprendentemente giovane, raccolta, più iniziata che madre. Da qui nasce il desiderio di spingere lo sguardo oltre: e se, simbolicamente, fosse Maria Maddalena? Non come forzatura, ma come possibilità interna alla cultura domenicana stessa, che nella Legenda Aurea riconosce in Maddalena l’apostola degli Apostoli, la prima depositaria dell’annuncio. A me piace pensare a questa seconda lettura, perché trasforma l’immagine in una struttura sapienziale: Cristo al centro, Logos silente e velato; ai piedi, il cuore che ha visto e custodisce, e l’intelletto che medita e trasmette. Non solo Passione, ma passaggio della conoscenza; non solo dolore, ma memoria viva del Mistero.


mercoledì 7 gennaio 2026

L’adorazione di Priapo

 L’adorazione di Priapo nell’Hypnerotomachia Poliphili: un rituale iniziatico tra eros, alchimia e rinascita

di Massimo Agostini

Nel vasto e onirico universo dell’*Hypnerotomachia Poliphili* — capolavoro incunabolo pubblicato da Aldo Manuzio a Venezia nel 1499 — una xilografia in particolare cattura lo sguardo e inquieta la coscienza. Raffigurata con la cura di un mandala rinascimentale, la scena nota come *L’adorazione di Priapo* è molto più di un semplice episodio mitologico: è un condensato di simbolismo iniziatico, alchemico e cabalistico.

Al centro dell’immagine, sotto un baldacchino vegetale che evoca l’Albero della Vita, troneggia Priapo: divinità fallica e campestre, ma qui elevata a figura ieratica e centrale. Il suo fallo eretto domina la composizione, non in senso osceno, ma come “axis mundi”, segno del potere generativo e della forza creativa primordiale. L’eros, in questa visione, non è semplice piacere sensuale: è l’impulso cosmico che muove i mondi, l’energia originaria da cui scaturisce ogni trasformazione.

A circondare il dio troviamo diciannove donne e cinque uomini, raccolti in un atteggiamento cerimoniale. Le sacerdotesse, in particolare, svolgono un ruolo attivo: sono esse a sacrificare un asino in primo piano, sotto l’erma fallica della divinità. Questo gesto, apparentemente brutale, è carico di significato esoterico. L’asino rappresenta la natura istintiva, la parte materiale e testarda dell’essere umano. Il suo sacrificio non è tanto un’offerta cruenta quanto un atto simbolico di *trasmutazione*: la sublimazione dell’energia animale in forza spirituale, principio fondamentale dell’alchimia.

La scena può essere letta secondo le tre fasi della “magnum opus

Nigredo: il sacrificio, l’oscurità, la decomposizione della materia grezza (l’asino);

Albedo: la presenza delle sacerdotesse, agenti interiori di purificazione e distinzione;

Rubedo: la figura di Priapo, fuoco e rigenerazione, potenza ritrovata nell’unità di spirito e corpo.

Il baldacchino di rami e foglie sopra il dio richiama direttamente l’Etz Chaim della Cabala: l’Albero della Vita che connette le sfere divine con la realtà terrena. La figura fallica occupa simbolicamente la posizione centrale dell’albero, Tipheret, dove si incontrano grazia e bellezza, equilibrio tra forze opposte. Le diciannove donne (numero lunare) e i cinque uomini (numero umano) suggeriscono una danza cosmica tra cielo e terra, tra tempo ciclico e eternità.

Non è un caso che Polifilo, protagonista del libro, si muova in un sogno dentro il sogno, dove ogni edificio, giardino o rito non è solo paesaggio, ma enigma. Questa xilografia diventa così un rituale visivo di iniziazione, chi guarda non è spettatore, ma potenziale adepto, chiamato a penetrare il velo dei simboli e a riconoscere in essi il riflesso della propria interiorità.

In un tempo che separa erotismo e spiritualità, Hypnerotomachia Poliphilii ci restituisce una visione integrata e potente dell’umano: **dove il desiderio non è colpa, ma via di conoscenza**. E dove l’architettura del sogno è forse la più duratura delle costruzioni.

Che cos’è l’Hypnerotomachia Poliphili

L’Hypnerotomachia Poliphili, pubblicato a Venezia nel 1499 per i tipi di Aldo Manuzio, è uno dei libri più misteriosi e affascinanti del Rinascimento. Scritto in uno stile ibrido che mescola latino, italiano e neologismi volutamente oscuri, narra il viaggio onirico di Polifilo alla ricerca della sua amata Polia, attraverso paesaggi surreali, rovine classiche, templi enigmatici e riti esoterici. Ogni elemento — testo, immagini, architetture — è carico di simboli alchemici, mitologici e filosofici. Considerato un capolavoro assoluto della tipografia e della cultura rinascimentale, è al tempo stesso racconto d’amore, sogno visionario e trattato iniziatico mascherato da allegoria.