alla Dea, alla nave sacra,
fino al Carnevale.
Un viaggio tra storia, mito e memoria,
dove Iside, Fortuna e la primavera
parlano ancora
Fano non è solo una città di mare.
È un luogo di memoria, dove storia e rito si intrecciano.
Questo video è un viaggio simbolico e storico che parte da Fanum Fortunae, la città romana dedicata alla Dea Fortuna, per risalire alle antiche celebrazioni marittime del Navigium Isidis, fino alle forme trasmutate del Carnevale.
Tra archeologia, mito e tradizione popolare, emerge il filo invisibile di un rito che non si è mai spezzato: quello della rinascita, del mare e della primavera.
Un racconto per immagini e parole, dove la Dea cambia nome e volto, ma continua a tornare.
Il racconto continua su YouTube
Scopri la nave della Dea e il rito che ritorna.
Fano, la Nave della Dea e il carnevale
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| Fano, la Nave della Dea e il carnevale |
Questo quadro mi ha incuriosito profondamente. È il Cristo deriso del Beato Angelico, frate domenicano, e colpisce subito per un aspetto quasi sorprendentemente moderno, per certi versi persino surrealistico. Accanto a una realtà figurata, stabile e centrata nella figura di Cristo, compare una realtà altra, immaginata, disarticolata: quelle mani e quei volti senza corpo che schiaffeggiano, deridono, colpiscono. Un’immagine che può rimandare al Vangelo di Luca, quando Cristo viene bendato e schernito – «Indovina chi ti ha colpito» – ma che va oltre la semplice illustrazione del testo evangelico. È proprio questa frattura visiva a generare la domanda: che cosa sta realmente mostrando Angelico? L’interpretazione classica legge nella figura femminile la Vergine Maria e in quella maschile San Domenico, in una scena pensata per la meditazione sulla Passione. Eppure, osservando con attenzione, quella donna appare sorprendentemente giovane, raccolta, più iniziata che madre. Da qui nasce il desiderio di spingere lo sguardo oltre: e se, simbolicamente, fosse Maria Maddalena? Non come forzatura, ma come possibilità interna alla cultura domenicana stessa, che nella Legenda Aurea riconosce in Maddalena l’apostola degli Apostoli, la prima depositaria dell’annuncio. A me piace pensare a questa seconda lettura, perché trasforma l’immagine in una struttura sapienziale: Cristo al centro, Logos silente e velato; ai piedi, il cuore che ha visto e custodisce, e l’intelletto che medita e trasmette. Non solo Passione, ma passaggio della conoscenza; non solo dolore, ma memoria viva del Mistero.
di Massimo Agostini
Nel vasto e onirico universo dell’*Hypnerotomachia Poliphili* — capolavoro incunabolo pubblicato da Aldo Manuzio a Venezia nel 1499 — una xilografia in particolare cattura lo sguardo e inquieta la coscienza. Raffigurata con la cura di un mandala rinascimentale, la scena nota come *L’adorazione di Priapo* è molto più di un semplice episodio mitologico: è un condensato di simbolismo iniziatico, alchemico e cabalistico.
Al centro dell’immagine, sotto un baldacchino vegetale che evoca l’Albero della Vita, troneggia Priapo: divinità fallica e campestre, ma qui elevata a figura ieratica e centrale. Il suo fallo eretto domina la composizione, non in senso osceno, ma come “axis mundi”, segno del potere generativo e della forza creativa primordiale. L’eros, in questa visione, non è semplice piacere sensuale: è l’impulso cosmico che muove i mondi, l’energia originaria da cui scaturisce ogni trasformazione.
A circondare il dio troviamo diciannove donne e cinque uomini, raccolti in un atteggiamento cerimoniale. Le sacerdotesse, in particolare, svolgono un ruolo attivo: sono esse a sacrificare un asino in primo piano, sotto l’erma fallica della divinità. Questo gesto, apparentemente brutale, è carico di significato esoterico. L’asino rappresenta la natura istintiva, la parte materiale e testarda dell’essere umano. Il suo sacrificio non è tanto un’offerta cruenta quanto un atto simbolico di *trasmutazione*: la sublimazione dell’energia animale in forza spirituale, principio fondamentale dell’alchimia.
La scena può essere letta secondo le tre fasi della “magnum opus”
Nigredo: il sacrificio, l’oscurità, la decomposizione della materia grezza (l’asino);
Albedo: la presenza delle sacerdotesse, agenti interiori di purificazione e distinzione;
Rubedo: la figura di Priapo, fuoco e rigenerazione, potenza ritrovata nell’unità di spirito e corpo.
Il baldacchino di rami e foglie sopra il dio richiama direttamente l’Etz Chaim della Cabala: l’Albero della Vita che connette le sfere divine con la realtà terrena. La figura fallica occupa simbolicamente la posizione centrale dell’albero, Tipheret, dove si incontrano grazia e bellezza, equilibrio tra forze opposte. Le diciannove donne (numero lunare) e i cinque uomini (numero umano) suggeriscono una danza cosmica tra cielo e terra, tra tempo ciclico e eternità.
Non è un caso che Polifilo, protagonista del libro, si muova in un sogno dentro il sogno, dove ogni edificio, giardino o rito non è solo paesaggio, ma enigma. Questa xilografia diventa così un rituale visivo di iniziazione, chi guarda non è spettatore, ma potenziale adepto, chiamato a penetrare il velo dei simboli e a riconoscere in essi il riflesso della propria interiorità.
In un tempo che separa erotismo e spiritualità, Hypnerotomachia Poliphilii ci restituisce una visione integrata e potente dell’umano: **dove il desiderio non è colpa, ma via di conoscenza**. E dove l’architettura del sogno è forse la più duratura delle costruzioni.
Che cos’è l’Hypnerotomachia Poliphili
L’Hypnerotomachia Poliphili, pubblicato a Venezia nel 1499 per i tipi di Aldo Manuzio, è uno dei libri più misteriosi e affascinanti del Rinascimento. Scritto in uno stile ibrido che mescola latino, italiano e neologismi volutamente oscuri, narra il viaggio onirico di Polifilo alla ricerca della sua amata Polia, attraverso paesaggi surreali, rovine classiche, templi enigmatici e riti esoterici. Ogni elemento — testo, immagini, architetture — è carico di simboli alchemici, mitologici e filosofici. Considerato un capolavoro assoluto della tipografia e della cultura rinascimentale, è al tempo stesso racconto d’amore, sogno visionario e trattato iniziatico mascherato da allegoria.
di Massimo Agostini
Una voce contro il regime. Emilio Agostini, tra poesia, anarchia e massoneria
Massone, anarchico, poeta. Tre parole che, nella vita di Emilio Agostini, non furono mai semplici etichette ma scelte di campo. Scelte maturate non nell’ideologia cieca, ma nella fede incrollabile nella libertà, nella dignità dell’uomo, e nella fratellanza tra gli individui.
Nato nel 1874, in una Toscana ancora intrisa di ideali risorgimentali, Agostini incarnò un modo raro e coraggioso di essere intellettuale: senza clamore, ma con coerenza feroce, fino alla fine. In un’Italia che stava scivolando nel conformismo del regime, lui continuava a scrivere versi pieni di umanità, a esercitare la sua professione di farmacista, e a non tacere mai davanti all’ingiustizia.
Le origini e la formazione
Emilio Agostini nacque a Sassetta, in provincia di Livorno, il 5 maggio 1874. Suo padre era il medico condotto del paese, stimato e legato al milieu culturale dell’epoca (si racconta di un’amicizia con Giosuè Carducci); sua madre, Anna Binelli, era originaria di Rio nell’Elba, sull’isola che diventerà rifugio e ultima dimora del poeta.
Studiò a Lucca e Prato, poi si trasferì a Pisa, dove si laureò in Farmacia e frequentò i circoli intellettuali universitari. Qui gli fu affibbiato il soprannome di “Tigrino”, per la sua indole combattiva e ironica. Ma non cercò mai la ribalta: preferì i margini, le retrovie, il mestiere quotidiano e la scrittura silenziosa.
Il massone: fratellanza, laicità, ribellione
Agostini fu massone convinto e schedato dalla polizia già nel 1902 come tale, insieme alla qualifica di “anarchico”. Probabilmente appartenente a logge del Grand’Oriente d’Italia attive in Toscana e sulla costa tirrenica, come impegno etico e civile, coerente con le idee risorgimentali, positiviste e anticlericali che animavano gran parte della massoneria laica dell’epoca.
La sua laicità era profonda, non militante, ma ispirata: credeva nella libertà di coscienza, nel progresso dell’umanità, nel rispetto tra gli uomini. I suoi versi e le sue scelte di vita rispecchiavano questa visione: mai piegato al potere, mai sedotto dall’autorità.
La parola come forma di resistenza
La poesia fu per lui una seconda vocazione, un’urgenza interiore. Pubblicò fin dal 1898: Lontani sorrisi, Maremma (1904), Venti salmastri (1909), Canti dell’Ombra (1921), fino ai Canti della Luce (1939). Il successo arrivò soprattutto con Lumière di Sabbio (1899), raccolta di racconti d’infanzia che vendette oltre 15.000 copie: un piccolo best-seller dimenticato.
Pascoli, D’Annunzio, Sem Benelli e Ettore Cozzani lo considerarono una delle voci più limpide e sincere della sua generazione. La sua poesia era legata alla terra, all’infanzia, al mare, alla giustizia, ai sentimenti reali, mai all’ideologia o al decorativismo.
La censura e la persecuzione
Nel 1926, Lumière di Sabbio fu censurato dal Ministero dell’Educazione Nazionale, giudicato “inadatto” all’uso scolastico perché “privo di fini morali e patriottici”. Una condanna indiretta, ma pesante.
Il momento più duro arrivò nel 1931, quando Agostini fu denunciato per aver pronunciato in pubblico, nella sua farmacia di Rio nell’Elba, la frase: «Questa è la libertà che ci hanno portato Mussolini e Ciano in questa porca Italia»
Fu inseguito, schedato nel Casellario Politico Centrale, e costretto a nascondersi per mesi. Non fu mai arrestato, ma sorvegliato fino al 1935. Quel clima di sospetto e isolamento spense la sua produzione per anni. Tornò a pubblicare solo nel 1939. Morì l’11 luglio 1941, senza aver mai rinnegato nulla.
Una vita appartata, due amori
Agostini si sposò due volte: prima con la cugina Adelaide Sbragia, di Vecchiano (PI), e poi con Argia Malenotti, originaria di Castagneto Carducci. Non ebbe figli. Nessuna discendenza diretta, ma una traccia culturale e morale che sopravvive nei suoi scritti e nel suo
Memoria e attualità
Oggi il Circolo Culturale Emilio Agostini di Sassetta custodisce e ristampa le sue opere. A Rio nell’Elba una scuola porta il suo nome. Ma fuori da questi contesti locali, Emilio Agostini è praticamente dimenticato.
Eppure, la sua figura è quanto mai attuale: un uomo libero in un’epoca di servitù, un poeta civile senza retorica, un massone che credette davvero nel valore dell’uomo.
Riscoprire Emilio Agostini significa riconnettersi con una tradizione etica della cultura italiana: quella dei poeti-filosofi, dei farmacisti-scrittori, dei massoni liberi pensatori, degli “eretici gentili” che si opposero al conformismo del loro tempo con il solo strumento che conoscevano: la parola.
Bibliografia selezionata su Emilio Agostini
Testi di riferimento su Emilio Agostini
La più completa e diretta biografia disponibile. Ricostruisce dettagliatamente la vita del poeta, la sua formazione, l’attività letteraria, i rapporti con la massoneria e la persecuzione subita durante il regime fascista. Include anche lettere, poesie e giudizi critici.
Studio più ampio su intellettuali toscani marginalizzati dal canone ufficiale. Agostini vi figura in un capitolo dedicato ai poeti laici e anarchici della provincia livornese.
Testi di Emilio Agostini ristampati o conservati
Opera considerata il vertice della sua produzione poetica, con prefazione elogiativa di Ettore Cozzani. Testo cruciale per cogliere la sua visione etico-poetica.
Rarissimo, ma ristampato parzialmente in antologie locali. Il libro che lo fece conoscere al grande pubblico, censurato dal regime nel 1926 per “mancanza di spirito patriottico”.
La voce poetica
Agostini esordì nel 1898 con Lontani sorrisi, ma fu con Lumière di Sabbio (1899) – una raccolta di racconti d’infanzia – che ottenne un primo successo (oltre 15.000 copie vendute). Tra le sue opere più note:
- Maremma (1904): un omaggio lirico alla sua terra.
- Venti salmastri (1909): poesie dal respiro marittimo.
- Canti dell’Ombra (1921): considerato il suo capolavoro.
- Canti della Luce (1939): il commiato poetico.
Pascoli, D’Annunzio e Cozzani lodarono la sua scrittura per la freschezza del linguaggio, la musicalità del verso e la potenza evocativa, sempre radicata nei sentimenti più autentici
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Elisabetta Sirani (1638–1665) Ritratto di Beatrice Cenci
Beatrice Cenci, Clemente VIII: Papa fanese per caso, e un femminicidio nella Roma patriarcale.
La tragedia di Beatrice Cenci è una delle vicende più dolorose e simboliche della Roma tardo-rinascimentale: una storia di violenza domestica, di abuso di potere, di una giovane donna schiacciata da un padre tirannico e da un sistema giuridico implacabile.
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| Papa Clemente VIII al secolo Ippolito Aldobrabdini |
Un pontefice ricordato soprattutto per due decisioni terribili:
Due storie diversissime, ma entrambe segnate da un potere che, nel nome della giustizia, applicava una ferrea logica di controllo e deterrenza.
Nel caso di Beatrice Cenci In un’epoca dominata dalla società patriarcale e dall’assoluta autorità del pater familias, la sua esecuzione la possiamo considerare a tutti gli effetti, un femminicidio ante litteram, in cui una donna vittima di abusi viene condannata dal potere invece di essere protetta da esso.
La famiglia Cenci:
violenza, isolamento e paura.
All’origine della tragedia c’è una casa romana in cui regnava il terrore.
Il patriarca Francesco Cenci, nobile ricchissimo e violento, era noto a Roma per: brutalità ricorrenti, maltrattamenti verso figli e servitori, abusi che le fonti processuali lasciano intuire come anche sessuali, capacità di sfuggire sempre alla giustizia grazie al denaro.
Beatrice, insieme al fratello Giacomo e alla matrigna Lucrezia Petroni, viveva prigioniera di quell’uomo, simbolo perfetto di un potere maschile che nessuna istituzione sembrava voler fermare. Quando Francesco, per zittire le proteste e isolare la famiglia, trasferì tutti nel castello di Petrella Salto, il destino di Beatrice fu segnato.
Là, lontano da ogni possibile aiuto, la violenza raggiunse il suo apice. L’unica via di fuga sembrò essere l’eliminazione dell’aguzzino.
Il delitto e il processo: quando la vittima diventa colpevole
Il 1598 vide l’omicidio di Francesco Cenci, il tentativo di occultamento e l’inizio di un’indagine che ben presto assunse la dimensione di un caso politico.
A Roma, nessuno ignorava la fama del patriarca. Ma la legge dello Stato Pontificio era chiara:
uccidere il pater familias significava sovvertire l’ordine sociale.
E soprattutto, significava permettere alla Santa Sede la confisca del patrimonio familiare.
A presiedere e indirizzare il processo fu il pontefice stesso: Clemente VIII, giurista inflessibile, riformatore energico, e — come la storia mostrerà — uomo capace di applicare la legge con una severità glaciale.
L’esecuzione del 1599: un femminicidio ritualizzato
L’11 settembre 1599, a Ponte Sant’Angelo, Beatrice venne decapitata.
La folla — immensa — non assisteva soltanto a un’esecuzione: assisteva alla messa in scena della punizione di una donna che aveva osato ribellarsi alla violenza maschile.
Il femminicidio di Beatrice non fu opera del padre — che l’aveva già quasi distrutta — ma dell’istituzione che avrebbe dovuto proteggerla.
Un sistema patriarcale che, per difendere il proprio ordine, preferì punire la vittima e ignorare l’aguzzino.
Dopo Beatrice: dal sangue al mito
Roma non dimenticò.
Nel volto idealizzato dipinto da Guido Reni, Beatrice divenne la figura stessa dell’innocenza violata.
Shelley ne scrisse una tragedia, Stendhal ne raccontò il mito, la tradizione popolare tramandò il suo fantasma sul ponte.
E mentre Giordano Bruno divenne simbolo della libertà di pensiero, Beatrice divenne — seppur tardivamente — simbolo della violenza domestica, dell’impotenza delle donne, dell’arroganza del potere maschile e istituzionale.
Un caso del passato che parla al presente
La vicenda di Beatrice Cenci non è soltanto un dramma storico: è uno specchio crudele delle radici patriarcali della nostra società.
Una storia del 1500 che parla direttamente alle cronache di oggi:
la violenza domestica, la paura, l’isolamento, l’assenza di protezione istituzionale.
E nella cornice di tutto ciò rimane la figura di Clemente VIII, Papa “fanese per caso”, ricordato non per gesta luminose, ma per aver firmato — consapevolmente — due tra le condanne più ingiuste del suo tempo.
Anche lui parte di quella lunga storia in cui la giustizia non difende le vittime, ma preserva il potere.
Beatrice, da secoli, è la voce che ritorna:
la voce di chi non fu ascoltata.
NOTE
1. Il processo Cenci: una giustizia già scritta
• Un processo politico, non solo penale
Il processo contro Beatrice e la sua famiglia fu condotto sotto diretta supervisione di Clemente VIII. Non si trattò di un normale caso di omicidio: la Curia volle trasformarlo in un esempio pubblico contro la ribellione domestica.
• La tortura come strumento legale
Nel 1500, la tortura era ammessa per ottenere confessioni in processi di delitti gravi. Le confessioni di Beatrice, Giacomo e Lucrezia furono estorte proprio in quel modo.
• Nessun riconoscimento della violenza domestica
La legge non ammetteva attenuanti per abusi familiari: il pater familias era considerato “autorità inviolabile”.
Questo comportò una totale cecità verso le sofferenze di Beatrice.
• La sentenza già decisa
Dai documenti risulta chiaro che già prima della fine del processo era stata individuata l’esecuzione pubblica come epilogo necessario per ribadire l’ordine patriarcale.
2. Le leggi del tempo: il potere assoluto del pater familias
Nel contesto dello Stato Pontificio, la famiglia era una micro-istituzione governata:
Uccidere il pater familias non era visto come legittima difesa, ma come un delitto contro l’ordine sociale.
Inoltre, per legge:
→ I beni dei colpevoli di parricidio venivano confiscati dalla Santa Sede.
Questo dettaglio, raramente discusso, spiega l’interesse economico che il processo Cenci rappresentava per il papato.
3. Clemente VIII e Fano: un legame d’origine “accidentale” ma significativo
• Nato a Fano nel 1536
Ippolito Aldobrandini nacque a Fano “per caso”: suo padre si trovava in città per un incarico giuridico.
Clemente VIII non mantenne rapporti stretti con la città, ma la sua nascita fanese è un tratto identitario spesso poco conosciuto.
• Giurista prima che pastore
La sua formazione fu improntata sul diritto, non sulla misericordia pastorale.
Questo influenzò profondamente:
Clemente VIII governò con l’idea di una Chiesa disciplinata, ordinata, rigorosa.
Per questo motivo, episodi come la vicenda Cenci erano letti non come tragedie familiari, ma come pericoli per l’ordine pubblico del mondo cattolico.
• Come è ricordato oggi?
A Fano, il suo nome appare raramente nei percorsi celebrativi.
A Roma, invece, rimane legato più ai suoi atti giudiziari che ai successi diplomatici o religiosi.
4. La dimensione simbolica: un femminicidio nella Roma patriarcale
la storia di Beatrice Cenci è oggi letta come:
La sua uccisione, ritualizzata e pubblica, fu una messa in scena del controllo maschile sulla vita delle donne.
Un dramma del 1500 che parla con forza inquietante al nostro presente.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE SULLA VICENDA CENCI, IL PROCESSO E CLEMENTE VII
A. Mancini, Beatrice Cenci e la sua famiglia, Istituto Storico Italiano, 1925.
Lo studio storico fondamentale sulla vicenda.
• M. Bellonci, Tu, vipera gentile. Storia di Beatrice Cenci, Mondadori, 1947.
Il racconto che ha riportato Beatrice al centro del dibattito culturale.
• F. Ferrari, Il processo Cenci, Giuffrè, 1989.
Analisi giuridica essenziale dei documenti processuali.
• L. von Pastor, Storia dei Papi, vol. su Clemente VIII, Desclée, 1929.
Il riferimento principale sul pontificato di Clemente VIII.
• A. Prosperi, Tribunali della coscienza, Einaudi, 1996.
Per comprendere mentalità e giustizia nello Stato Pontificio.