lunedì 9 maggio 2022

La Famiglia di Cristo: Indagine sulla sua discendenza: i Figli, i Fratelli, i Desposini - POSTFAZIONE di MASSIMO AGOSTINI

 

                               

POSTFAZIONE di Massimo Agostini

“Penso che le cose non esistano. Un bicchiere, un uomo, una gallina per esempio, n"on sono veramente un bicchiere, un uomo, una gallina, sono soltanto la verifica delle possibilità di esistenza di un bicchiere, di un uomo, di una gallina. Perché le cose possano esistere bisognerebbe che fossero eterne, immortali.  Solo così cesserebbero di essere unicamente la verifica di certe possibilità e diverrebbero cose esistenti”.

Questa è la “lettera sull'immortalità del corpo” di Gino De Dominicis scritta nel 1969, per spiegare che la morte è un errore e che la si possa sconfiggere, rovesciando l'idea moderna del tempo.

Gino De Dominicis, è un artista controverso protagonista dell'arte italiana del secondo dopoguerra, si è definito pittore, scultore, filosofo e architetto, che ha trasformato la riflessione dal problema dello spazio a quello del tempo, coniugandolo con la morte e il mito. 

Ho dovuto parlare di Gino de Dominicis in una conferenza sull’arte contemporanea, affiancando l’amico Egidio Senatore, autore di programmi televisivi e tra i collaboratori più stretti di Gabriele La Porta.

Con le sue opere De Dominicis esprime l’istante eterno, al di là dalla coscienza del tempo come successione di eventi dal prima al dopo.

L’arte come la filosofia e la religione sono eterne, esprimendo il senso infinito della manifestazione e, proprio per questo, esistono e basta, alla stregua del biblico: “Io sono colui che è”, espressione di passato, presente e futuro, di un eterno presente, espresso in un sola sacra vibrazione.

L’interprete dell’eterna spiritualità è al di fuori del tempo e dello spazio, esprimendo un’essenza che è senza limiti e confini, ma che tutto comprende.

L’artista, come ogni vero Maestro, è la torre di congiunzione tra l’eternità inconoscibile e l’opera manifesta, è il Re-Sacerdote, il Magòs, il padrone dell’energia superna, posta in uno spazio immobile ed eterno, capace di donare, a chi lo sa coglierne, l’essenza spirituale.

Parlare della famiglia di Cristo significa tentare di compenetrare un mistero coperto dalle nebbie di mistificazioni fideistiche, per cui ogni tentativo di svelarne le vicende, come effettivamente accadute, ha il rischio di condurre il ricercatore nel melmoso acquitrino dell’astrazione, nel quale la leggenda trasmuta in realtà oggettiva.

Quella del Cristianesimo è una storia che è giunta a noi attraverso documenti postumi, dai quali resta sempre difficile scindere ciò che è storico da ciò che è leggenda, ma che nell’insieme esprimono una storia eterna, che va oltre ogni realtà manifesta.

Ne consegue che le vicende e i personaggi, posti a fondamento del cristianesimo, sono difficilmente tracciabili nell’accezione cronachistica della storia, nell’ambiziosa descrizione acritica di fatti nella loro successione cronologica.

La figura del Gesù e dei suoi discepoli vive infatti nel mito di storie leggendarie, costruite al fine di propagandare un messaggio religioso, spesso legato a logiche di un potere temporale, sicché lo stesso mito, nel pensiero del credente, viene ad assumere la valenza di una realtà storica, indiscutibile.

Il cristianesimo infatti vive su racconti fondati sulla memoria, trasmessa attraverso documenti postumi alle vicende trattate, ed è ovvio che storia e memoria sono due cose diverse: la memoria è sempre soggettiva e individuale e, come tale, costituisce un racconto di parte.

Gli scritti lasciati dai discepoli, che hanno vissuto successivamente all’epoca di Cristo, sono inevitabilmente animati dal desiderio di far prevalere la propria convinzione religiosa, assumendo per questo la valenza simbolica di un percorso spirituale, che va ben oltre la mera narrazione di fatti accaduti.

Se poi aggiungiamo che gli eventi sono spesso l’espressione mistificata di un potere dominante e della conseguente damnatio memoriae di ogni verità contraria, i tentativi di rintracciare le verità sulle vicende del Cristo storico, oltre a rappresentare una impresa di grande rilevanza accademica, potrebbe, se affine a se stessa, offuscare il complesso e arduo sentiero di conoscenza lasciatoci dal mito.

La storia è scritta dai vincitori, e poiché la conoscenza ha in sé il potere di rendere liberi, tentare di svelare verità spirituali oscurate dalla damnatio memoriae, per una migliore comprensione del messaggio lasciatoci, dovrebbe tenere in considerazione che quella “conoscenza nascosta” esprime una valenza simbolico-evocativa che va ben oltre al mero aspetto materiale.


Gesù marito e padre

Che Gesù avesse una famiglia con moglie e figli, così come sicuramente i suoi fratelli e i suoi apostoli, è una ipotesi che potrebbe avere il senso di una verità poiché fortemente aderente alla natura sociale della Palestina di quel tempo, sottoposta alla rigida legge del Talmud.

Come più volte sostenuto nei miei libri[i], nel mondo ebraico, il Talmud stabilisce che per un uomo l’età giusta per il matrimonio è diciotto anni, mentre è maledetto dal Signore colui che non ottempera a tale precetto: “Fino a vent’anni il Santo, che benedetto sia, vigila a che l’uomo si sposi e lo maledice se manca di farlo entro a quell’età” (Talmud, Quid. B29b).

La condizione di sposato e padre era anche il requisito per essere Rabbi. Non è mai esistito un Rabbi che non fosse sposato. L’unico Rabbi che fu celibe fu, nel secondo secolo, un certo Ben Azzay che, proprio per questo, venne severamente biasimato.

La regola del matrimonio e del procreare figli era talmente radicata che vigeva anche il precetto del levireato, secondo il quale, nel caso in cui un uomo moriva senza figli, fatto di grande disonore, il parente più prossimo, in genere il cognato (yābhām), doveva prendere in sposa la vedova per dare dei figli al defunto; nel caso non lo facesse, la donna stessa o qualsiasi altro parente poteva acquisirne il diritto.

Appare del tutto evidente che per quella società, essere chiamato Rabbi corrispondeva, non solo all’essere sposato, ma addirittura alla condizione di padre: chi non ha figli è disonorato, disprezzato e ritenuto un vile, a questi è vietato parlare nelle sinagoghe” e, come ben sappiamo, Gesù parlò nelle sinagoghe.

 Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi. Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere.” (Lc. 4, 14:17)

Prendere moglie è considerata una condizione di tale importanza che: “l’uomo è autorizzato a vendere un rotolo della Torah per ammogliarsi” (Talmud, meg.B,27a), tanto che chi si astiene dal farlo e di avere figli viene considerato alla stregua di un assassino e di un bestemmiatore.

Quello ebraico è un “matrimonio santo” (Qiddushin), ovvero una sacra unione ierogamica, rappresentando la via della santità[ii].

L’Evenienza che Gesù fosse stato celibe e senza figli sarebbe stata quindi una palese violazione della legge ebraica, ma che stranamente non compare tra le accuse formulate dal Sinedrio nei suoi confronti.

D’altro canto Gesù inizia la sua predicazione a trent’anni e ben poche sono le notizie relative alla sua adolescenza e giovinezza. Se il matrimonio doveva essere effettuato prima dei venti anni, appare fortemente probabile che al tempo della passione Gesù potesse avere figli di circa 15 anni di età, e quindi già maggiorenni per la legge ebraica[iii].

Per quanto il suo stato di marito e padre sia fortemente probabile, la vita di Gesù potrebbe essere stata invece caratterizzata da un vissuto fuori dai rigidi dettami della legge ebraica.

Alcuni ricercatori sostengono che il celibato di Gesù fosse dovuto all’appartenenza alla comunità degli Esseni, ma, a quanto pare, anche gli Esseni, così come attestato dallo storico ebreo Giuseppe Flavio, non avevano abolito il matrimonio e la propria discendenza.[iv] Probabilmente solo alcuni di loro, relegati ad una vita isolata di tipo “monacale”, praticavano il celibato; ma stante la pessima fama di Gesù presso la comunità ebraica è probabile che egli ebbe poco a che fare con i pii esseni.

Un’altra ipotesi è che Gesù fosse vicino a qualche setta di tipo iniziatico come quella degli Hassidim, considerati abili nelle arti magiche, in grado di far piovere, guarire i malati e scacciare i demoni; o forse come quella gnostica dei Nazirei.[v]

E’ anche probabile che Gesù, rispetto alla società ebraica, potesse aver avuto un ruolo tutto suo. La sua origine è in una regione, la Galilea, nota per essere una terra ribelle e blasfema, un luogo posto ai margini dalla profonda religiosità della Giudea e separata da questa dall’eretica Samaria.

Dalla metà dell’ultimo secolo prima di Cristo, la Galilea era la regione più turbolente di tutto Israele, i cui abitanti vengono descritti da Giuseppe Flavio come “bellicosi fin da piccoli” e “galileo” era sinonimo di “ribelle”, tanto che molti dei suoi abitanti militavano nella famigerata setta degli “zeloti”, fautori della “guerra santa” contro l’occupazione romana della Palestina.

Dai documenti pervenuti fino a noi, Gesù storico appare infatti come un pazzo, indemoniato, ripudiato, non solo dal popolo e dai suoi seguaci, ma anche dalla sua stessa famiglia.

Nel mondo giudaico il documento più antico che parla di Gesù lo definisce un bastardo di un’adultera (Yeb. M.4,13), giustiziato perché aveva praticato la stregoneria, sedotto e sviato Israele (Sanh.B.434a).

Dai vangeli canonici risulta che neanche i suoi familiari avessero una grande considerazione nei suoi confronti, così come affermato in Giovanni: neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui (Gv 7,5)  o in Marco: I suoi, uscirono per andare a catturarlo poiché dicevano è fuori di testa (Mc 3,21).

Gesù appare quindi agli stessi parenti stretti come un matto da togliere dalla circolazione, in quanto è il disonore della famiglia.[vi]

Alla pazzia, le autorità religiose, aggiungevano l’eresia, il legame con il demonio e l’impostura: “Ha un demonio ed è fuori di sé; perché lo state ad ascoltare? (Gv 10,20; Mc 9,30); accusandolo anche come “bestemmiatore” (Mt 9,3) e, come tale, meritevole della pena di morte; tanto più che opera guarigioni perché “è posseduto da Baelzebul e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni” (Mc 3,22).[vii]

Gesù è considerato dalle autorità un pericolo pubblico da eliminare prima che il suo messaggio contagiasse la gente: “Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui”. (Gv.11,48).

Non è forse un caso anche il disprezzo della folla, che vede Gesù come impostore che “inganna la gente” o il disprezzo dello stesso Giovanni Battista che, nonostante lo avesse battezzato, riconoscendo in lui il messia preannunciato dai profeti, sembra successivamente pentirsene: “Sei tu che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?” (Mt. 11,3), non unendosi peraltro ai sui apostoli e seguaci.

Persino molti dei suoi stessi discepoli, scandalizzati dalle sue parole, abbandonarono lo strano Messia: “Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” (Gv 6,66).

Un profeta rimproverato anche dai suoi apostoli e dalla gente per essere “un ghiottone e un gran bevitore”, uno che frequentava “pubblicani e peccatori” (Mt 11,19), donne impure, prostitute, vedove, “gente maledetta che non conosce la Legge” (Gv 7,49).

Quando finalmente le autorità riusciranno a catturarlo, Gesù verrà consegnato a Pilato e accusato non solo dai capi religiosi, ma pure dalla sua stessa gente di essere un malfattore: “Se non fosse un malfattore non te lo avremmo consegnato” (Gv 18,30).

A quanto pare gli unici discepoli che rimasero fedeli a Gesù fino alla fine furono le sue donne.

Mentre già nell’ora decisiva del suo arresto, nell’orto degli ulivi, tutti i discepoli hanno paura e scappano, solo tre donne: Maria Maddalena, Maria sua madre e Salomè restarono vicine a Gesù. Sono le sue donne che, nel momento finale, si trovano ad assistere al martirio di Cristo sul Golgota.

Non vi sono dubbi che nella vita di Gesù furono proprio le donne ad avere un ruolo prioritario e fra tutte Maria Maddalena, divenendo l’unica testimone ed erede del messaggio spirituale di Cristo.

 

Il ribelle messianico

Che Gesù potesse essere un ribelle pericoloso, con al suo seguito una nutrita schiera di seguaci armati (Gv 18,1-18), lo si evince dalla cronaca della sua cattura sul monte degli ulivi.

La cattura di Gesù appare infatti come una vera e propria operazione militare, con tanto di servizi segreti dell’epoca e con l’uso di pentiti.

Il pentito fu Giuda che vendette l’informazione al Sinedrio per trenta denari.

Per arrestare Gesù, i Romani schierarono addirittura una “coorte con il comandante e le guardie dei Giudei” (Gv 18,12), ovvero un distaccamento tra 600 e 1000 soldati a servizio del procuratore romano, ai quali si devono aggiungere circa duecento guardie poste a servizio del Sommo Sacerdote del tempio di Gerusalemme.

Gesù non oppose resistenza, sicuramente per evitare una carneficina dei suoi uomini, infatti, facendosi incontro ai soldati romani, si arrese, senza colpo ferire, reprimendo anche la reazione di Pietro che con la sua spada aveva colpito il servo del Sommo Sacerdote.

Il fatto di impiegare circa mille uomini armati per catturare il capo di un gruppo di ribelli non può che indicare che questa persona era estremamente pericolosa.

Gesù domandò loro: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano».  Perché s'adempisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato».  Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l'orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?». (Gv 18, 7:11)

Sta di fatto che tutti i discepoli scapparono, mentre Gesù fu arrestato e infine condannato a morte dal suo stesso popolo.

In mancanza di documenti certi appare difficile tracciare le vere motivazioni della condanna a morte di Gesù, compresa la modalità di esecuzione della pena.

 

La crocifissione

I vangeli, fondati sulla memoria emotiva di alcuni seguaci, testimoniano che Gesù è accusato dal Sinedrio di uno dei più gravi delitti per la religione ebraica, la bestemmia, un delitto per il quale è prevista la pena di morte immediata.

Il diritto ebraico non prevede la crocifissione come pena di morte; quattro sono le modalità per dare la morte ad un condannato: lapidazione, rogo, decapitazione, strangolamento; tutti strumenti di morte che non lasciano scampo.

Stranamente il Sinedrio, nonostante le pesanti accuse di violazione della legge ebraica, preferì che a giudicare Gesù fosse Ponzio Pilato, il quale decretò la condanna a morte tramite crocifissione, una pena riservata a chi commetteva gravi reati contro i romani, come nel caso di pericolosi rivoltosi.

La crocifissione, al contrario delle pene di morte previste dalla legge ebraica, non da morte certa: la croce più che uno strumento di morte, è uno strumento di tortura che può condurre alla morte del condannato per disidratazione e asfissia, solo dopo giorni di agonia.

I corpi rimanevano appesi diversi giorni sulle croci per essere straziati dagli animali predatori e dall’effetto putrefattivo degli agenti atmosferici, divenendo così monito a tutti coloro che avevano in animo di opporsi al dominio dei romani.

L’essere crocefisso costituiva l’ultimo atto di un supplizio che iniziava con la fustigazione del condannato; la legge romana sanciva pero che, in questa fase, doveva esserne impedita la morte. Ad ogni modo il supplizio determinava inevitabilmente un notevole indebolimento dell’organismo, destinato ad accentuarsi con la prova successiva che prevedeva il portare il patibulum sulle spalle fino al luogo della crocifissione.

Per onore di “cronaca”, anche la vicenda del Golgota potrebbe assumere i connotati di un intrigo volto ad evitare che Gesù morisse sulla croce.

Suggestiva è infatti l’ipotesi che la condanna di Gesù alla crocefissione, fosse in realtà uno stratagemma per evitare le più drastiche pene di morte previste dalla legge ebraica.

Dai racconti presenti nei vangeli canonici, apparirebbe in questo senso rilevante il ruolo di Giuseppe di Arimatea, parente di Gesù e influente personaggio presso il governatore romano Ponzio Pilato, che si addoperò affinché Gesù venisse deposto dalla croce solo poche ore dopo la crocifissione, proprio per evitare che sopraggiungesse la morte, facendolo credere comunque morto agli occhi del sinedrio e del popolo.  

Tante possono essere le ipotesi che si possono formulare sui possibili stratagemmi utilizzati per salvare Gesù dalla morte sulla croce, già oggetto di analisi in alcune mie pubblicazioni[viii], e che vedono come protagonisti, oltre Giuseppe di Arimatea, Barabba, il “figlio del padre” salvato dal popolo, Simone di Cirene, costretto a portare la croce al posto di Gesù (Mt 27, 32) o Simone Zelota, esperto nelle arti magiche e nel procurare la morte apparente.

Anche se la Crocifissione è generalmente raffigurata come un evento abbastanza pubblico, i vangeli affermano (Lc 23:49) che gli spettatori sono stati costretti a guardare da lontano quello che succedeva. In Matteo, Marco, e Giovanni il sito e denominato come “Golgota”, mentre in Luca è chiamato “Calvario”.

Golgota-Calvario si dice che fosse situato al di fuori mura di Erode, a nord ovest di Gerusalemme, il luogo doveva essere una collina brulla, ed era stato scelto perché aveva la forma della volta di un cranio; in seguito la tradizione lo trasformò invece con immagini romantiche, come “una verde, lontana collina”.

Tanti sono stati gli artisti che hanno interpretato con opere pittoriche e film il drammatico evento della crocifissione di Cristo, ma nonostante tutte queste fantasiose e romantiche idealizzazioni, nessuno dei Vangeli fa alcuna menzione di una collina: secondo Giovanni (19:41) la posizione era un giardino in cui c’era un sepolcro privato, identificato come di proprietà di Giuseppe di Arimatea (Matteo 27:59-60).

Seguendo la testimonianza dei Vangeli, invece di assecondare il folklore popolare, appare evidente che la crocifissione non fu uno spettacolo in cima ad una collina con croci enormi contro l’orizzonte e con una folla di spettatori; al contrario, è stato un evento di piccola scala e in un luogo circoscritto (Giovanni 19:17).

La Dr.ssa Barbara Thiering afferma che il Golgota-Calvario era un piccolo giardino-cimitero privato che conteneva un sepolcro vuoto affidato a Giuseppe di Arimatea, basando le sue affermazioni sui “Rotoli del Mar Morto”.

Appare quindi fortemente probabile l’ipotesi che Gesù venne sepolto in una tomba di famiglia, appartenuta probabilmente al suo stretto parente Giuseppe di Arimatea, e che questo sepolcro possa di fatto corrispondere a quello di Talpiot, rinvenuto nel 1980, a sud della città vecchia di Gerusalemme, così come documentato in questo prezioso lavoro sulla famiglia di Cristo da Andrea Di Lenardo e Enrico Baccarini.

 

Il mito eterno

Appare evidente che, in base a quanto fin qui rappresentato, se limitassimo le nostre analisi sulle vicende di Gesù con il solo metro della ragione, non potremmo che certificare il fallimento della missione messianica del Cristo, non solo nell’impresa di liberare la Palestina dall’occupazione romana, ma anche in quella di sconfiggere la blasfemia di un corrotta stirpe sacerdotale.

Il dominio romano proseguì infatti fino a decretare la distruzione del tempio di Gerusalemme, avvenuta nel 70 d.C. ad opera di Tito, con conseguente diaspora del popolo ebraico; mentre, considerando la moderna Chiesa come legittima erede del messaggio Cristiano, analizzandone la storia fino ai giorni nostri, non possiamo che stendere un velo pietoso sull’ambizioso progetto di eliminare la corruzione del tempio.

A quanto pare alcuni temi salienti della vita di Gesù, così come tramandati dai vangeli, analizzati al di fuori di ogni aspetto simbolico-evocativo, non possono che trasformare la storia di un messaggio spirituale in quella di un mero intrigo politico.

Possibile che la vita di Gesù, il fondatore di una nuova religione, possa essere relegata a questa miserabile descrizione dove, al posto di un Maestro, fautore di una rinnovata spiritualità, troviamo un pazzo disprezzato da tutti?

E’ evidente che la storia di Gesù non possa essere ridotta alla banale cronaca di un ribelle salvato dalla pena di morte. I vangeli, compresi gli apocrifi, se assunti nella loro valenza simbolica, costituiscono infatti la testimonianza di un evento unico per l’intera umanità.

Quella del Nuovo Testamento non è la cronaca di uno Zelota nel fallimento di una missione terrena.

La vita, la passione, la morte e “rinascita” di Gesù, più che la cronaca di un ribelle, esprimono l’essenza di un mito antico, presente fin dagli albori dell’umanità, contenendo il sentiero iniziatico di conoscenza per il riscatto dell’umanità oppressa dal proprio divenire materiale.

Le vicende legate a Cristo non appartengono alla storia, ma sono la storia di una rinnovata eterna spiritualità, di una nuova alleanza con l’inconoscibile, che vive al di fuori di ogni spazio temporale. È per questo che il cercatore di verità non può prescindere dal prendere in considerazione gli elementi evocativi di leggende e simboli che si intrecciano agli accadimenti della storia, contribuendo al loro stesso fluire per un disegno superiore posto a fondamento del tutto e che tutto comprende.

Le vicende narrate dai Vangeli rappresentano la via del cuore, dell’intelletto d’Amore, e non solo della ragione. Gesù è colui che ha rovesciato un potere religioso per riconsegnarci la parola perduta.

Gesù rappresenta, in termini simbolici, il verbo fattosi carne per la salvezza dell’umanità o quanto meno nella speranza di un mondo migliore.

La storia lo conferma da duemila anni, la potenza misterica dell’avvento del Cristo ha rivoluzionato la religiosità dell’intera umanità. Il messaggio che ne scaturisce è l’espressione di un nuovo patto tra Dio e l’Umanità, tra spirito e materia, dove l’anima si rinnova elevandosi (anàstasis) attraverso l’Amore.

Ritornando al nostro artista De Dominicis, con il quale abbiamo introdotto questo commento, non possiamo che concordare con lui sul fatto che le storie per esistere dovrebbero essere eterne, immortali, e quella di Cristo è una storia che appartiene all’eternità di un mito, nel quale vive un messaggio misterico immortale, trasmesso agli uomini come traccia per un ritorno alla propria tempio celeste.

 



[i] L’argomento è stato trattato in alcuni miei libri come: “Il mistero di Maria Maddalena. Dai vangeli gnostici ai Rex Deus”, Grapho5, seconda edizione 2012. A tale proposito si veda anche: “Nel Nome della Dea. Sulle tracce dell’Antica Religione”, Tipheret Editore, 2015 e “Et in Arcadia Ego. I miti dei Popoli del Mare”, Tipheret editore, 2017. Sempre sull’argomento si consiglia anche il libro di Padre Alberto Magi: “Nostra Signora degli eretici” Cittadella Editrice, 1997.

[ii] Massimo Agostini, “Il mistero di Maria Maddalena…” op. cit.

[iii] Ivi

[iv] Giuseppe Flavio, “Guerra Giudica” (II,121)

[v] In merito ai Nazirei e alle organizzazioni iniziatiche al tempo di Gesù si rimanda al mio lavoro: “Et in Arcadia Ego. I miti dei Popoli del Mare, Tipheret editore, 2017.

[vi] Padre Alberto Magi, “Un Dio che serve gli uomini” in occasione della “X settimana alfonsiana”, Palermo 2004, in ildialogo.org.

[vii] Ivi

[viii] Vedasi nota i