giovedì 18 dicembre 2025

Emilio Agostini, tra poesia, anarchia e massoneria

di Massimo Agostini 


Una voce contro il regime. Emilio Agostini, tra poesia, anarchia e massoneria



Farmacista toscano e poeta del vero, massone e anarchico per scelta etica, fu perseguitato dal fascismo per la sua parola libera. Tra Sassetta e Rio nell’Elba, una storia dimenticata da riscoprire.


Massone, anarchico, poeta. Tre parole che, nella vita di Emilio Agostini, non furono mai semplici etichette ma scelte di campo. Scelte maturate non nell’ideologia cieca, ma nella fede incrollabile nella libertà, nella dignità dell’uomo, e nella fratellanza tra gli individui.

Nato nel 1874, in una Toscana ancora intrisa di ideali risorgimentali, Agostini incarnò un modo raro e coraggioso di essere intellettuale: senza clamore, ma con coerenza feroce, fino alla fine. In un’Italia che stava scivolando nel conformismo del regime, lui continuava a scrivere versi pieni di umanità, a esercitare la sua professione di farmacista, e a non tacere mai davanti all’ingiustizia.

Le origini e la formazione

Emilio Agostini nacque a Sassetta, in provincia di Livorno, il 5 maggio 1874. Suo padre era il medico condotto del paese, stimato e legato al milieu culturale dell’epoca (si racconta di un’amicizia con Giosuè Carducci); sua madre, Anna Binelli, era originaria di Rio nell’Elba, sull’isola che diventerà rifugio e ultima dimora del poeta.



Studiò a Lucca e Prato, poi si trasferì a Pisa, dove si laureò in Farmacia e frequentò i circoli intellettuali universitari. Qui gli fu affibbiato il soprannome di “Tigrino”, per la sua indole combattiva e ironica. Ma non cercò mai la ribalta: preferì i margini, le retrovie, il mestiere quotidiano e la scrittura silenziosa.


 Il massone: fratellanza, laicità, ribellione

Agostini fu massone convinto e schedato dalla polizia già nel 1902 come tale, insieme alla qualifica di “anarchico”. Probabilmente appartenente a logge del Grand’Oriente d’Italia attive in Toscana e sulla costa tirrenica, come impegno etico e civile, coerente con le idee risorgimentali, positiviste e anticlericali che animavano gran parte della massoneria laica dell’epoca.



La sua laicità era profonda, non militante, ma ispirata: credeva nella libertà di coscienza, nel progresso dell’umanità, nel rispetto tra gli uomini. I suoi versi e le sue scelte di vita rispecchiavano questa visione: mai piegato al potere, mai sedotto dall’autorità.


 La parola come forma di resistenza

La poesia fu per lui una seconda vocazione, un’urgenza interiore. Pubblicò fin dal 1898: Lontani sorrisi, Maremma (1904), Venti salmastri (1909), Canti dell’Ombra (1921), fino ai Canti della Luce (1939). Il successo arrivò soprattutto con Lumière di Sabbio (1899), raccolta di racconti d’infanzia che vendette oltre 15.000 copie: un piccolo best-seller dimenticato.


Pascoli, D’Annunzio, Sem Benelli e Ettore Cozzani lo considerarono una delle voci più limpide e sincere della sua generazione. La sua poesia era legata alla terra, all’infanzia, al mare, alla giustizia, ai sentimenti reali, mai all’ideologia o al decorativismo.


La censura e la persecuzione

Nel 1926, Lumière di Sabbio fu censurato dal Ministero dell’Educazione Nazionale, giudicato “inadatto” all’uso scolastico perché “privo di fini morali e patriottici”. Una condanna indiretta, ma pesante.

Il momento più duro arrivò nel 1931, quando Agostini fu denunciato per aver pronunciato in pubblico, nella sua farmacia di Rio nell’Elba, la frase: «Questa è la libertà che ci hanno portato Mussolini e Ciano in questa porca Italia»

Fu inseguito, schedato nel Casellario Politico Centrale, e costretto a nascondersi per mesi. Non fu mai arrestato, ma sorvegliato fino al 1935. Quel clima di sospetto e isolamento spense la sua produzione per anni. Tornò a pubblicare solo nel 1939. Morì l’11 luglio 1941, senza aver mai rinnegato nulla.


 Una vita appartata, due amori 

Agostini si sposò due volte: prima con la cugina Adelaide Sbragia, di Vecchiano (PI), e poi con Argia Malenotti, originaria di Castagneto Carducci. Non ebbe figli. Nessuna discendenza diretta, ma una traccia culturale e morale che sopravvive nei suoi scritti e nel suo


Memoria e attualità

Oggi il Circolo Culturale Emilio Agostini di Sassetta custodisce e ristampa le sue opere. A Rio nell’Elba una scuola porta il suo nome. Ma fuori da questi contesti locali, Emilio Agostini è praticamente dimenticato.

Eppure, la sua figura è quanto mai attuale: un uomo libero in un’epoca di servitù, un poeta civile senza retorica, un massone che credette davvero nel valore dell’uomo.

Riscoprire Emilio Agostini significa riconnettersi con una tradizione etica della cultura italiana: quella dei poeti-filosofi, dei farmacisti-scrittori, dei massoni liberi pensatori, degli “eretici gentili” che si opposero al conformismo del loro tempo con il solo strumento che conoscevano: la parola.


Bibliografia selezionata su Emilio Agostini

Testi di riferimento su Emilio Agostini

  1. Giuseppe Benedettini,
    🠒 Vita ed opera di Emilio Agostini
    Sassetta, Circolo Culturale “Emilio Agostini”, 1985.

La più completa e diretta biografia disponibile. Ricostruisce dettagliatamente la vita del poeta, la sua formazione, l’attività letteraria, i rapporti con la massoneria e la persecuzione subita durante il regime fascista. Include anche lettere, poesie e giudizi critici.


  1. Raffaele Taddei,
    🠒 Poeti e liberi pensatori della costa toscana (1890–1940)
    Livorno, Edizioni del Mandorlo, 1998.

Studio più ampio su intellettuali toscani marginalizzati dal canone ufficiale. Agostini vi figura in un capitolo dedicato ai poeti laici e anarchici della provincia livornese.



 Testi di Emilio Agostini ristampati o conservati


  1. Emilio Agostini,
    🠒 Canti dell’Ombra
    Milano, L’Eroica, 1921. (ristampa anastatica a cura del Circolo Culturale di Sassetta, 2001)

Opera considerata il vertice della sua produzione poetica, con prefazione elogiativa di Ettore Cozzani. Testo cruciale per cogliere la sua visione etico-poetica.


  1. Emilio Agostini,
    🠒 Lumière di Sabbio. Ricordi d’infanzia
    Firenze, Marzocco, 1911 (prima ed. 1899).

Rarissimo, ma ristampato parzialmente in antologie locali. Il libro che lo fece conoscere al grande pubblico, censurato dal regime nel 1926 per “mancanza di spirito patriottico”.


La voce poetica

Agostini esordì nel 1898 con Lontani sorrisi, ma fu con Lumière di Sabbio (1899) – una raccolta di racconti d’infanzia – che ottenne un primo successo (oltre 15.000 copie vendute). Tra le sue opere più note:

- Maremma (1904): un omaggio lirico alla sua terra.

 - Venti salmastri (1909): poesie dal respiro marittimo.

 - Canti dell’Ombra (1921): considerato il suo capolavoro.

 - Canti della Luce (1939): il commiato poetico.

Pascoli, D’Annunzio e Cozzani lodarono la sua scrittura per la freschezza del linguaggio, la musicalità del verso e la potenza evocativa, sempre radicata nei sentimenti più autentici





martedì 9 dicembre 2025

Beatrice Cenci: martire del patriarcato nella Roma del ‘500

                  Elisabetta Sirani (1638–1665) Ritratto di Beatrice Cenci

Beatrice Cenci, Clemente VIII: Papa fanese per caso, e un femminicidio nella Roma patriarcale.


La tragedia di Beatrice Cenci è una delle vicende più dolorose e simboliche della Roma tardo-rinascimentale: una storia di violenza domestica, di abuso di potere, di una giovane donna schiacciata da un padre tirannico e da un sistema giuridico implacabile.

Papa Clemente VIII al secolo Ippolito Aldobrabdini 

E sullo sfondo appare una figura che pochi ricordano nel suo legame con questa vicenda: Papa Clemente VIII Aldobrandini, nato per caso a Fano, che trasformò il destino della famiglia Cenci in un monito politico per tutta Roma.

Un pontefice ricordato soprattutto per due decisioni terribili:

  • il rogo di Giordano Bruno (1600),
  • la condanna a morte di Beatrice Cenci (1599).

Due storie diversissime, ma entrambe segnate da un potere che, nel nome della giustizia, applicava una ferrea logica di controllo e deterrenza.

Nel caso di Beatrice Cenci In un’epoca dominata dalla società patriarcale e dall’assoluta autorità del pater familias, la sua esecuzione la possiamo considerare a tutti gli effetti, un femminicidio ante litteram, in cui una donna vittima di abusi viene condannata dal potere invece di essere protetta da esso.

La famiglia Cenci: 

violenza, isolamento e paura.

All’origine della tragedia c’è una casa romana in cui regnava il terrore. 

Il patriarca Francesco Cenci, nobile ricchissimo e violento, era noto a Roma per: brutalità ricorrenti, maltrattamenti verso figli e servitori, abusi che le fonti processuali lasciano intuire come anche sessuali, capacità di sfuggire sempre alla giustizia grazie al denaro.

Beatrice, insieme al fratello Giacomo e alla matrigna Lucrezia Petroni, viveva prigioniera di quell’uomo, simbolo perfetto di un potere maschile che nessuna istituzione sembrava voler fermare. Quando Francesco, per zittire le proteste e isolare la famiglia, trasferì tutti nel castello di Petrella Salto, il destino di Beatrice fu segnato.

Là, lontano da ogni possibile aiuto, la violenza raggiunse il suo apice. L’unica via di fuga sembrò essere l’eliminazione dell’aguzzino.


Il delitto e il processo: quando la vittima diventa colpevole

Il 1598 vide l’omicidio di Francesco Cenci, il tentativo di occultamento e l’inizio di un’indagine che ben presto assunse la dimensione di un caso politico.

A Roma, nessuno ignorava la fama del patriarca. Ma la legge dello Stato Pontificio era chiara:

uccidere il pater familias significava sovvertire l’ordine sociale.

E soprattutto, significava permettere alla Santa Sede la confisca del patrimonio familiare.

A presiedere e indirizzare il processo fu il pontefice stesso: Clemente VIII, giurista inflessibile, riformatore energico, e — come la storia mostrerà — uomo capace di applicare la legge con una severità glaciale.




L’esecuzione del 1599: un femminicidio ritualizzato

L’11 settembre 1599, a Ponte Sant’Angelo, Beatrice venne decapitata.

La folla — immensa — non assisteva soltanto a un’esecuzione: assisteva alla messa in scena della punizione di una donna che aveva osato ribellarsi alla violenza maschile.

  • Lucrezia Petroni subì la stessa sorte.
  • Giacomo fu orrendamente squartato.
  • Bernardo, troppo giovane, fu costretto ad assistere prima dei lavori forzati.

Il femminicidio di Beatrice non fu opera del padre — che l’aveva già quasi distrutta — ma dell’istituzione che avrebbe dovuto proteggerla.

Un sistema patriarcale che, per difendere il proprio ordine, preferì punire la vittima e ignorare l’aguzzino.


Dopo Beatrice: dal sangue al mito

Roma non dimenticò.

Nel volto idealizzato dipinto da Guido Reni, Beatrice divenne la figura stessa dell’innocenza violata.

Shelley ne scrisse una tragedia, Stendhal ne raccontò il mito, la tradizione popolare tramandò il suo fantasma sul ponte.

E mentre Giordano Bruno divenne simbolo della libertà di pensiero, Beatrice divenne — seppur tardivamente — simbolo della violenza domestica, dell’impotenza delle donne, dell’arroganza del potere maschile e istituzionale.


Un  caso del passato che parla al presente

La vicenda di Beatrice Cenci non è soltanto un dramma storico: è uno specchio crudele delle radici patriarcali della nostra società.

Una storia del 1500 che parla direttamente alle cronache di oggi:

la violenza domestica, la paura, l’isolamento, l’assenza di protezione istituzionale.


E nella cornice di tutto ciò rimane la figura di Clemente VIII, Papa “fanese per caso”, ricordato non per gesta luminose, ma per aver firmato — consapevolmente — due tra le condanne più ingiuste del suo tempo.

Anche lui parte di quella lunga storia in cui la giustizia non difende le vittime, ma preserva il potere.


Beatrice, da secoli, è la voce che ritorna:

la voce di chi non fu ascoltata.


NOTE

1. Il processo Cenci: una giustizia già scritta

• Un processo politico, non solo penale

Il processo contro Beatrice e la sua famiglia fu condotto sotto diretta supervisione di Clemente VIII. Non si trattò di un normale caso di omicidio: la Curia volle trasformarlo in un esempio pubblico contro la ribellione domestica.

La tortura come strumento legale

Nel 1500, la tortura era ammessa per ottenere confessioni in processi di delitti gravi. Le confessioni di Beatrice, Giacomo e Lucrezia furono estorte proprio in quel modo.

• Nessun riconoscimento della violenza domestica

La legge non ammetteva attenuanti per abusi familiari: il pater familias era considerato “autorità inviolabile”.

Questo comportò una totale cecità verso le sofferenze di Beatrice.

• La sentenza già decisa

Dai documenti risulta chiaro che già prima della fine del processo era stata individuata l’esecuzione pubblica come epilogo necessario per ribadire l’ordine patriarcale.

2. Le leggi del tempo: il potere assoluto del pater familias

Nel contesto dello Stato Pontificio, la famiglia era una micro-istituzione governata:

  • dal padre come autorità suprema
  • con poteri estesi sulla vita morale, economica e fisica dei figli
  • con ampi margini di correzione e “disciplina”

Uccidere il pater familias non era visto come legittima difesa, ma come un delitto contro l’ordine sociale.

Inoltre, per legge:

→ I beni dei colpevoli di parricidio venivano confiscati dalla Santa Sede.

Questo dettaglio, raramente discusso, spiega l’interesse economico che il processo Cenci rappresentava per il papato.


3. Clemente VIII e Fano: un legame d’origine “accidentale” ma significativo

• Nato a Fano nel 1536

Ippolito Aldobrandini nacque a Fano “per caso”: suo padre si trovava in città per un incarico giuridico.

Clemente VIII non mantenne rapporti stretti con la città, ma la sua nascita fanese è un tratto identitario spesso poco conosciuto.

• Giurista prima che pastore

La sua formazione fu improntata sul diritto, non sulla misericordia pastorale.

Questo influenzò profondamente:

  • la condanna di Giordano Bruno
  • la severità inflessibile nel caso Cenci
  • • Un Papa della Controriforma

Clemente VIII governò con l’idea di una Chiesa disciplinata, ordinata, rigorosa.

Per questo motivo, episodi come la vicenda Cenci erano letti non come tragedie familiari, ma come pericoli per l’ordine pubblico del mondo cattolico.

• Come è ricordato oggi?

A Fano, il suo nome appare raramente nei percorsi celebrativi.

A Roma, invece, rimane legato più ai suoi atti giudiziari che ai successi diplomatici o religiosi.

4. La dimensione simbolica: un femminicidio nella Roma patriarcale

la storia di Beatrice Cenci è oggi letta come:

  • un caso di violenza domestica estrema
  • una persecuzione istituzionale contro una vittima
  • l’esempio perfetto del femminicidio nella Roma del potere patriarcale

La sua uccisione, ritualizzata e pubblica, fu una messa in scena del controllo maschile sulla vita delle donne.

Un dramma del 1500 che parla con forza inquietante al nostro presente.


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE SULLA VICENDA CENCI, IL PROCESSO E CLEMENTE VII

A. Mancini, Beatrice Cenci e la sua famiglia, Istituto Storico Italiano, 1925.

Lo studio storico fondamentale sulla vicenda.

• M. Bellonci, Tu, vipera gentile. Storia di Beatrice Cenci, Mondadori, 1947.

Il racconto che ha riportato Beatrice al centro del dibattito culturale.

• F. Ferrari, Il processo Cenci, Giuffrè, 1989.

Analisi giuridica essenziale dei documenti processuali.

• L. von Pastor, Storia dei Papi, vol. su Clemente VIII, Desclée, 1929.

Il riferimento principale sul pontificato di Clemente VIII.

• A. Prosperi, Tribunali della coscienza, Einaudi, 1996.

Per comprendere mentalità e giustizia nello Stato Pontificio.





sabato 6 dicembre 2025

. Pietro Simone e Mezio Agostini: un legame perduto nel tempo


Pietro Simone e Mezio Agostini: 
due musicisti, un’unica radice a Montebaroccio

Montebaroccio (oggi Mombaroccio, PU), luogo di nascita di Pietro Simone Agostini (1630–1680).

La figura del compositore seicentesco Pietro Simone Agostini (1630–1680) è stata a lungo avvolta da incertezze biografiche: le principali enciclopedie musicali ne attribuivano la nascita a Forlì, oppure — nel caso dell’Enciclopedia Ricordi — a Montebaroccio, senza però indicarne l’anno. Ricerche recenti nei registri parrocchiali hanno finalmente chiarito l’enigma: Pietro Simone Agostini nacque il 3 luglio 1630 a Montebaroccio, nella parrocchia dei Santi Vito e Modesto. Un dato del tutto inedito.

Questa scoperta ha aperto un collegamento inatteso con un altro musicista: Mezio Agostini (Fano, 1875–1944), compositore, direttore d’orchestra e didatta di primo piano nel panorama italiano tra Ottocento e Novecento. Anche la sua famiglia, infatti, risulta radicata a Montebaroccio da generazioni. 

Le indagini genealogiche mostrano che prima del Seicento non vi erano famiglie Agostini nel borgo, e che i vari rami comparsi successivamente derivano proprio dal ceppo di Ludovico Agostini, padre di Pietro Simone. Da uno di questi rami, trasferitosi poi a Fano tra XVIII e XIX secolo, discende Mezio.

Una parentela diretta non è documentabile, ma la linea di continuità storica e geografica è evidente: due compositori di epoche lontane, entrambi illustri e innovatori nei rispettivi secoli, condividono la stessa origine e probabilmente la stessa stirpe.

La vita avventurosa di Pietro Simone Agostini

Figlio di Ludovico e di Francesca, probabilmente legati alla piccola corte dei marchesi Del Monte, Pietro Simone rivelò presto un carattere irruente e inquieto. Numerosi episodi — amori proibiti, fughe improvvise, un soggiorno a Creta come soldato contro i Turchi, forse per “sanare qualche pendenza” con la giustizia — costruiscono il profilo di un musicista errante e turbolento, tipico del Seicento barocco.

Atti di battesimo di Pietro Simone Agostoni 

Dopo vari tentativi non sempre fortunati di ottenere incarichi ufficiali (celebre il mancato ballottaggio a Urbino nel 1660), iniziò una brillante carriera teatrale: tra Venezia, Genova, Milano, Bologna, Siena, Firenze e Reggio Emilia mise in scena opere come Floridea Regina di Cipro, La Costanza di Rosmunda, Gli Inganni innocenti, Eliogabalo, Il ratto delle Sabine, Ippolita reina delle Amazzoni.

Dal 1672 al 1679 fu a Roma, Maestro di Cappella all’Oratorio del Santissimo Crocifisso e a Santa Agnese in Agone, sotto la protezione dei potenti cardinali Flavio Chigi e Giambattista Pamphili. Per il principe Agostino Chigi compose Odalinda, rappresentata dall’Accademia degli Sfaccendati nel teatro di Palazzo Chigi ad Ariccia.

Incipit di 12 Arie di P.S.Agistini (Fondo Giustiniani, Cons.B.Marcello, Venezia)
Stanco delle limitazioni imposte dall’ambiente romano ai teatri pubblici, nel 1679 si trasferì a Parma, Maestro di Cappella della corte ducale e poi della Madonna della Steccata, dove morì il 1° ottobre 1680.

Mezio Agostini: un’eredità musicale moderna

Mezio Agostini 1875-1944)
Tre secoli più tardi, un altro Agostini riportava il cognome di Montebaroccio sulle scene musicali: Mezio, nato a Fano nel 1875. Formatosi al Liceo Rossini di Pesaro, fu docente d’armonia, direttore del Liceo Musicale “Benedetto Marcello” di Venezia (1909–1940), pianista brillante e direttore d’orchestra.

Riesumò La Cambiale di Matrimonio di Rossini alla Fenice (1910), compose opere di successo come Il Cavaliere del Sogno e La Figlia del Navarca, e lasciò un vasto corpus cameristico, sinfonico e vocale oggi conservato nella Biblioteca Federiciana di Fano.

Una coincidenza o una storia di famiglia?

La presenza documentata degli Agostini a Montebaroccio dal Seicento in avanti, unita alla mancanza di ceppi precedenti, rende verosimile un’origine comune. Sebbene manchino prove genealogiche definitive, la ricorrenza di luogo, epoca e continuità familiare suggerisce che Pietro Simone e Mezio Agostini appartenessero, seppur in rami distanti, allo stesso ceppo originario.

La storia, insomma, ci consegna un intreccio affascinante: due musicisti separati da tre secoli, ma uniti da un piccolo borgo marchigiano che ne custodisce ancora le tracce. E forse, continuando a esplorare archivi e partiture, qualche altro bagliore potrà emergere dalla vita — luminosa e inquieta — del misterioso Pietro Simone.


Bibliografia 

- Rossana Tonini Bassi in “Nuovi Studi Fanesi” 12/98 pag 85. Biblioteca Federicisna Fano.