mercoledì 7 gennaio 2026

L’adorazione di Priapo

 L’adorazione di Priapo nell’Hypnerotomachia Poliphili: un rituale iniziatico tra eros, alchimia e rinascita

di Massimo Agostini

Nel vasto e onirico universo dell’*Hypnerotomachia Poliphili* — capolavoro incunabolo pubblicato da Aldo Manuzio a Venezia nel 1499 — una xilografia in particolare cattura lo sguardo e inquieta la coscienza. Raffigurata con la cura di un mandala rinascimentale, la scena nota come *L’adorazione di Priapo* è molto più di un semplice episodio mitologico: è un condensato di simbolismo iniziatico, alchemico e cabalistico.

Al centro dell’immagine, sotto un baldacchino vegetale che evoca l’Albero della Vita, troneggia Priapo: divinità fallica e campestre, ma qui elevata a figura ieratica e centrale. Il suo fallo eretto domina la composizione, non in senso osceno, ma come “axis mundi”, segno del potere generativo e della forza creativa primordiale. L’eros, in questa visione, non è semplice piacere sensuale: è l’impulso cosmico che muove i mondi, l’energia originaria da cui scaturisce ogni trasformazione.

A circondare il dio troviamo diciannove donne e cinque uomini, raccolti in un atteggiamento cerimoniale. Le sacerdotesse, in particolare, svolgono un ruolo attivo: sono esse a sacrificare un asino in primo piano, sotto l’erma fallica della divinità. Questo gesto, apparentemente brutale, è carico di significato esoterico. L’asino rappresenta la natura istintiva, la parte materiale e testarda dell’essere umano. Il suo sacrificio non è tanto un’offerta cruenta quanto un atto simbolico di *trasmutazione*: la sublimazione dell’energia animale in forza spirituale, principio fondamentale dell’alchimia.

La scena può essere letta secondo le tre fasi della “magnum opus

Nigredo: il sacrificio, l’oscurità, la decomposizione della materia grezza (l’asino);

Albedo: la presenza delle sacerdotesse, agenti interiori di purificazione e distinzione;

Rubedo: la figura di Priapo, fuoco e rigenerazione, potenza ritrovata nell’unità di spirito e corpo.

Il baldacchino di rami e foglie sopra il dio richiama direttamente l’Etz Chaim della Cabala: l’Albero della Vita che connette le sfere divine con la realtà terrena. La figura fallica occupa simbolicamente la posizione centrale dell’albero, Tipheret, dove si incontrano grazia e bellezza, equilibrio tra forze opposte. Le diciannove donne (numero lunare) e i cinque uomini (numero umano) suggeriscono una danza cosmica tra cielo e terra, tra tempo ciclico e eternità.

Non è un caso che Polifilo, protagonista del libro, si muova in un sogno dentro il sogno, dove ogni edificio, giardino o rito non è solo paesaggio, ma enigma. Questa xilografia diventa così un rituale visivo di iniziazione, chi guarda non è spettatore, ma potenziale adepto, chiamato a penetrare il velo dei simboli e a riconoscere in essi il riflesso della propria interiorità.

In un tempo che separa erotismo e spiritualità, Hypnerotomachia Poliphilii ci restituisce una visione integrata e potente dell’umano: **dove il desiderio non è colpa, ma via di conoscenza**. E dove l’architettura del sogno è forse la più duratura delle costruzioni.

Che cos’è l’Hypnerotomachia Poliphili

L’Hypnerotomachia Poliphili, pubblicato a Venezia nel 1499 per i tipi di Aldo Manuzio, è uno dei libri più misteriosi e affascinanti del Rinascimento. Scritto in uno stile ibrido che mescola latino, italiano e neologismi volutamente oscuri, narra il viaggio onirico di Polifilo alla ricerca della sua amata Polia, attraverso paesaggi surreali, rovine classiche, templi enigmatici e riti esoterici. Ogni elemento — testo, immagini, architetture — è carico di simboli alchemici, mitologici e filosofici. Considerato un capolavoro assoluto della tipografia e della cultura rinascimentale, è al tempo stesso racconto d’amore, sogno visionario e trattato iniziatico mascherato da allegoria.