lunedì 9 maggio 2022

La Famiglia di Cristo: Indagine sulla sua discendenza: i Figli, i Fratelli, i Desposini - POSTFAZIONE di MASSIMO AGOSTINI

 

                               

POSTFAZIONE di Massimo Agostini

“Penso che le cose non esistano. Un bicchiere, un uomo, una gallina per esempio, n"on sono veramente un bicchiere, un uomo, una gallina, sono soltanto la verifica delle possibilità di esistenza di un bicchiere, di un uomo, di una gallina. Perché le cose possano esistere bisognerebbe che fossero eterne, immortali.  Solo così cesserebbero di essere unicamente la verifica di certe possibilità e diverrebbero cose esistenti”.

Questa è la “lettera sull'immortalità del corpo” di Gino De Dominicis scritta nel 1969, per spiegare che la morte è un errore e che la si possa sconfiggere, rovesciando l'idea moderna del tempo.

Gino De Dominicis, è un artista controverso protagonista dell'arte italiana del secondo dopoguerra, si è definito pittore, scultore, filosofo e architetto, che ha trasformato la riflessione dal problema dello spazio a quello del tempo, coniugandolo con la morte e il mito. 

Ho dovuto parlare di Gino de Dominicis in una conferenza sull’arte contemporanea, affiancando l’amico Egidio Senatore, autore di programmi televisivi e tra i collaboratori più stretti di Gabriele La Porta.

Con le sue opere De Dominicis esprime l’istante eterno, al di là dalla coscienza del tempo come successione di eventi dal prima al dopo.

L’arte come la filosofia e la religione sono eterne, esprimendo il senso infinito della manifestazione e, proprio per questo, esistono e basta, alla stregua del biblico: “Io sono colui che è”, espressione di passato, presente e futuro, di un eterno presente, espresso in un sola sacra vibrazione.

L’interprete dell’eterna spiritualità è al di fuori del tempo e dello spazio, esprimendo un’essenza che è senza limiti e confini, ma che tutto comprende.

L’artista, come ogni vero Maestro, è la torre di congiunzione tra l’eternità inconoscibile e l’opera manifesta, è il Re-Sacerdote, il Magòs, il padrone dell’energia superna, posta in uno spazio immobile ed eterno, capace di donare, a chi lo sa coglierne, l’essenza spirituale.

Parlare della famiglia di Cristo significa tentare di compenetrare un mistero coperto dalle nebbie di mistificazioni fideistiche, per cui ogni tentativo di svelarne le vicende, come effettivamente accadute, ha il rischio di condurre il ricercatore nel melmoso acquitrino dell’astrazione, nel quale la leggenda trasmuta in realtà oggettiva.

Quella del Cristianesimo è una storia che è giunta a noi attraverso documenti postumi, dai quali resta sempre difficile scindere ciò che è storico da ciò che è leggenda, ma che nell’insieme esprimono una storia eterna, che va oltre ogni realtà manifesta.

Ne consegue che le vicende e i personaggi, posti a fondamento del cristianesimo, sono difficilmente tracciabili nell’accezione cronachistica della storia, nell’ambiziosa descrizione acritica di fatti nella loro successione cronologica.

La figura del Gesù e dei suoi discepoli vive infatti nel mito di storie leggendarie, costruite al fine di propagandare un messaggio religioso, spesso legato a logiche di un potere temporale, sicché lo stesso mito, nel pensiero del credente, viene ad assumere la valenza di una realtà storica, indiscutibile.

Il cristianesimo infatti vive su racconti fondati sulla memoria, trasmessa attraverso documenti postumi alle vicende trattate, ed è ovvio che storia e memoria sono due cose diverse: la memoria è sempre soggettiva e individuale e, come tale, costituisce un racconto di parte.

Gli scritti lasciati dai discepoli, che hanno vissuto successivamente all’epoca di Cristo, sono inevitabilmente animati dal desiderio di far prevalere la propria convinzione religiosa, assumendo per questo la valenza simbolica di un percorso spirituale, che va ben oltre la mera narrazione di fatti accaduti.

Se poi aggiungiamo che gli eventi sono spesso l’espressione mistificata di un potere dominante e della conseguente damnatio memoriae di ogni verità contraria, i tentativi di rintracciare le verità sulle vicende del Cristo storico, oltre a rappresentare una impresa di grande rilevanza accademica, potrebbe, se affine a se stessa, offuscare il complesso e arduo sentiero di conoscenza lasciatoci dal mito.

La storia è scritta dai vincitori, e poiché la conoscenza ha in sé il potere di rendere liberi, tentare di svelare verità spirituali oscurate dalla damnatio memoriae, per una migliore comprensione del messaggio lasciatoci, dovrebbe tenere in considerazione che quella “conoscenza nascosta” esprime una valenza simbolico-evocativa che va ben oltre al mero aspetto materiale.


Gesù marito e padre

Che Gesù avesse una famiglia con moglie e figli, così come sicuramente i suoi fratelli e i suoi apostoli, è una ipotesi che potrebbe avere il senso di una verità poiché fortemente aderente alla natura sociale della Palestina di quel tempo, sottoposta alla rigida legge del Talmud.

Come più volte sostenuto nei miei libri[i], nel mondo ebraico, il Talmud stabilisce che per un uomo l’età giusta per il matrimonio è diciotto anni, mentre è maledetto dal Signore colui che non ottempera a tale precetto: “Fino a vent’anni il Santo, che benedetto sia, vigila a che l’uomo si sposi e lo maledice se manca di farlo entro a quell’età” (Talmud, Quid. B29b).

La condizione di sposato e padre era anche il requisito per essere Rabbi. Non è mai esistito un Rabbi che non fosse sposato. L’unico Rabbi che fu celibe fu, nel secondo secolo, un certo Ben Azzay che, proprio per questo, venne severamente biasimato.

La regola del matrimonio e del procreare figli era talmente radicata che vigeva anche il precetto del levireato, secondo il quale, nel caso in cui un uomo moriva senza figli, fatto di grande disonore, il parente più prossimo, in genere il cognato (yābhām), doveva prendere in sposa la vedova per dare dei figli al defunto; nel caso non lo facesse, la donna stessa o qualsiasi altro parente poteva acquisirne il diritto.

Appare del tutto evidente che per quella società, essere chiamato Rabbi corrispondeva, non solo all’essere sposato, ma addirittura alla condizione di padre: chi non ha figli è disonorato, disprezzato e ritenuto un vile, a questi è vietato parlare nelle sinagoghe” e, come ben sappiamo, Gesù parlò nelle sinagoghe.

 Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi. Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere.” (Lc. 4, 14:17)

Prendere moglie è considerata una condizione di tale importanza che: “l’uomo è autorizzato a vendere un rotolo della Torah per ammogliarsi” (Talmud, meg.B,27a), tanto che chi si astiene dal farlo e di avere figli viene considerato alla stregua di un assassino e di un bestemmiatore.

Quello ebraico è un “matrimonio santo” (Qiddushin), ovvero una sacra unione ierogamica, rappresentando la via della santità[ii].

L’Evenienza che Gesù fosse stato celibe e senza figli sarebbe stata quindi una palese violazione della legge ebraica, ma che stranamente non compare tra le accuse formulate dal Sinedrio nei suoi confronti.

D’altro canto Gesù inizia la sua predicazione a trent’anni e ben poche sono le notizie relative alla sua adolescenza e giovinezza. Se il matrimonio doveva essere effettuato prima dei venti anni, appare fortemente probabile che al tempo della passione Gesù potesse avere figli di circa 15 anni di età, e quindi già maggiorenni per la legge ebraica[iii].

Per quanto il suo stato di marito e padre sia fortemente probabile, la vita di Gesù potrebbe essere stata invece caratterizzata da un vissuto fuori dai rigidi dettami della legge ebraica.

Alcuni ricercatori sostengono che il celibato di Gesù fosse dovuto all’appartenenza alla comunità degli Esseni, ma, a quanto pare, anche gli Esseni, così come attestato dallo storico ebreo Giuseppe Flavio, non avevano abolito il matrimonio e la propria discendenza.[iv] Probabilmente solo alcuni di loro, relegati ad una vita isolata di tipo “monacale”, praticavano il celibato; ma stante la pessima fama di Gesù presso la comunità ebraica è probabile che egli ebbe poco a che fare con i pii esseni.

Un’altra ipotesi è che Gesù fosse vicino a qualche setta di tipo iniziatico come quella degli Hassidim, considerati abili nelle arti magiche, in grado di far piovere, guarire i malati e scacciare i demoni; o forse come quella gnostica dei Nazirei.[v]

E’ anche probabile che Gesù, rispetto alla società ebraica, potesse aver avuto un ruolo tutto suo. La sua origine è in una regione, la Galilea, nota per essere una terra ribelle e blasfema, un luogo posto ai margini dalla profonda religiosità della Giudea e separata da questa dall’eretica Samaria.

Dalla metà dell’ultimo secolo prima di Cristo, la Galilea era la regione più turbolente di tutto Israele, i cui abitanti vengono descritti da Giuseppe Flavio come “bellicosi fin da piccoli” e “galileo” era sinonimo di “ribelle”, tanto che molti dei suoi abitanti militavano nella famigerata setta degli “zeloti”, fautori della “guerra santa” contro l’occupazione romana della Palestina.

Dai documenti pervenuti fino a noi, Gesù storico appare infatti come un pazzo, indemoniato, ripudiato, non solo dal popolo e dai suoi seguaci, ma anche dalla sua stessa famiglia.

Nel mondo giudaico il documento più antico che parla di Gesù lo definisce un bastardo di un’adultera (Yeb. M.4,13), giustiziato perché aveva praticato la stregoneria, sedotto e sviato Israele (Sanh.B.434a).

Dai vangeli canonici risulta che neanche i suoi familiari avessero una grande considerazione nei suoi confronti, così come affermato in Giovanni: neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui (Gv 7,5)  o in Marco: I suoi, uscirono per andare a catturarlo poiché dicevano è fuori di testa (Mc 3,21).

Gesù appare quindi agli stessi parenti stretti come un matto da togliere dalla circolazione, in quanto è il disonore della famiglia.[vi]

Alla pazzia, le autorità religiose, aggiungevano l’eresia, il legame con il demonio e l’impostura: “Ha un demonio ed è fuori di sé; perché lo state ad ascoltare? (Gv 10,20; Mc 9,30); accusandolo anche come “bestemmiatore” (Mt 9,3) e, come tale, meritevole della pena di morte; tanto più che opera guarigioni perché “è posseduto da Baelzebul e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni” (Mc 3,22).[vii]

Gesù è considerato dalle autorità un pericolo pubblico da eliminare prima che il suo messaggio contagiasse la gente: “Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui”. (Gv.11,48).

Non è forse un caso anche il disprezzo della folla, che vede Gesù come impostore che “inganna la gente” o il disprezzo dello stesso Giovanni Battista che, nonostante lo avesse battezzato, riconoscendo in lui il messia preannunciato dai profeti, sembra successivamente pentirsene: “Sei tu che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?” (Mt. 11,3), non unendosi peraltro ai sui apostoli e seguaci.

Persino molti dei suoi stessi discepoli, scandalizzati dalle sue parole, abbandonarono lo strano Messia: “Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” (Gv 6,66).

Un profeta rimproverato anche dai suoi apostoli e dalla gente per essere “un ghiottone e un gran bevitore”, uno che frequentava “pubblicani e peccatori” (Mt 11,19), donne impure, prostitute, vedove, “gente maledetta che non conosce la Legge” (Gv 7,49).

Quando finalmente le autorità riusciranno a catturarlo, Gesù verrà consegnato a Pilato e accusato non solo dai capi religiosi, ma pure dalla sua stessa gente di essere un malfattore: “Se non fosse un malfattore non te lo avremmo consegnato” (Gv 18,30).

A quanto pare gli unici discepoli che rimasero fedeli a Gesù fino alla fine furono le sue donne.

Mentre già nell’ora decisiva del suo arresto, nell’orto degli ulivi, tutti i discepoli hanno paura e scappano, solo tre donne: Maria Maddalena, Maria sua madre e Salomè restarono vicine a Gesù. Sono le sue donne che, nel momento finale, si trovano ad assistere al martirio di Cristo sul Golgota.

Non vi sono dubbi che nella vita di Gesù furono proprio le donne ad avere un ruolo prioritario e fra tutte Maria Maddalena, divenendo l’unica testimone ed erede del messaggio spirituale di Cristo.

 

Il ribelle messianico

Che Gesù potesse essere un ribelle pericoloso, con al suo seguito una nutrita schiera di seguaci armati (Gv 18,1-18), lo si evince dalla cronaca della sua cattura sul monte degli ulivi.

La cattura di Gesù appare infatti come una vera e propria operazione militare, con tanto di servizi segreti dell’epoca e con l’uso di pentiti.

Il pentito fu Giuda che vendette l’informazione al Sinedrio per trenta denari.

Per arrestare Gesù, i Romani schierarono addirittura una “coorte con il comandante e le guardie dei Giudei” (Gv 18,12), ovvero un distaccamento tra 600 e 1000 soldati a servizio del procuratore romano, ai quali si devono aggiungere circa duecento guardie poste a servizio del Sommo Sacerdote del tempio di Gerusalemme.

Gesù non oppose resistenza, sicuramente per evitare una carneficina dei suoi uomini, infatti, facendosi incontro ai soldati romani, si arrese, senza colpo ferire, reprimendo anche la reazione di Pietro che con la sua spada aveva colpito il servo del Sommo Sacerdote.

Il fatto di impiegare circa mille uomini armati per catturare il capo di un gruppo di ribelli non può che indicare che questa persona era estremamente pericolosa.

Gesù domandò loro: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano».  Perché s'adempisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato».  Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l'orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?». (Gv 18, 7:11)

Sta di fatto che tutti i discepoli scapparono, mentre Gesù fu arrestato e infine condannato a morte dal suo stesso popolo.

In mancanza di documenti certi appare difficile tracciare le vere motivazioni della condanna a morte di Gesù, compresa la modalità di esecuzione della pena.

 

La crocifissione

I vangeli, fondati sulla memoria emotiva di alcuni seguaci, testimoniano che Gesù è accusato dal Sinedrio di uno dei più gravi delitti per la religione ebraica, la bestemmia, un delitto per il quale è prevista la pena di morte immediata.

Il diritto ebraico non prevede la crocifissione come pena di morte; quattro sono le modalità per dare la morte ad un condannato: lapidazione, rogo, decapitazione, strangolamento; tutti strumenti di morte che non lasciano scampo.

Stranamente il Sinedrio, nonostante le pesanti accuse di violazione della legge ebraica, preferì che a giudicare Gesù fosse Ponzio Pilato, il quale decretò la condanna a morte tramite crocifissione, una pena riservata a chi commetteva gravi reati contro i romani, come nel caso di pericolosi rivoltosi.

La crocifissione, al contrario delle pene di morte previste dalla legge ebraica, non da morte certa: la croce più che uno strumento di morte, è uno strumento di tortura che può condurre alla morte del condannato per disidratazione e asfissia, solo dopo giorni di agonia.

I corpi rimanevano appesi diversi giorni sulle croci per essere straziati dagli animali predatori e dall’effetto putrefattivo degli agenti atmosferici, divenendo così monito a tutti coloro che avevano in animo di opporsi al dominio dei romani.

L’essere crocefisso costituiva l’ultimo atto di un supplizio che iniziava con la fustigazione del condannato; la legge romana sanciva pero che, in questa fase, doveva esserne impedita la morte. Ad ogni modo il supplizio determinava inevitabilmente un notevole indebolimento dell’organismo, destinato ad accentuarsi con la prova successiva che prevedeva il portare il patibulum sulle spalle fino al luogo della crocifissione.

Per onore di “cronaca”, anche la vicenda del Golgota potrebbe assumere i connotati di un intrigo volto ad evitare che Gesù morisse sulla croce.

Suggestiva è infatti l’ipotesi che la condanna di Gesù alla crocefissione, fosse in realtà uno stratagemma per evitare le più drastiche pene di morte previste dalla legge ebraica.

Dai racconti presenti nei vangeli canonici, apparirebbe in questo senso rilevante il ruolo di Giuseppe di Arimatea, parente di Gesù e influente personaggio presso il governatore romano Ponzio Pilato, che si addoperò affinché Gesù venisse deposto dalla croce solo poche ore dopo la crocifissione, proprio per evitare che sopraggiungesse la morte, facendolo credere comunque morto agli occhi del sinedrio e del popolo.  

Tante possono essere le ipotesi che si possono formulare sui possibili stratagemmi utilizzati per salvare Gesù dalla morte sulla croce, già oggetto di analisi in alcune mie pubblicazioni[viii], e che vedono come protagonisti, oltre Giuseppe di Arimatea, Barabba, il “figlio del padre” salvato dal popolo, Simone di Cirene, costretto a portare la croce al posto di Gesù (Mt 27, 32) o Simone Zelota, esperto nelle arti magiche e nel procurare la morte apparente.

Anche se la Crocifissione è generalmente raffigurata come un evento abbastanza pubblico, i vangeli affermano (Lc 23:49) che gli spettatori sono stati costretti a guardare da lontano quello che succedeva. In Matteo, Marco, e Giovanni il sito e denominato come “Golgota”, mentre in Luca è chiamato “Calvario”.

Golgota-Calvario si dice che fosse situato al di fuori mura di Erode, a nord ovest di Gerusalemme, il luogo doveva essere una collina brulla, ed era stato scelto perché aveva la forma della volta di un cranio; in seguito la tradizione lo trasformò invece con immagini romantiche, come “una verde, lontana collina”.

Tanti sono stati gli artisti che hanno interpretato con opere pittoriche e film il drammatico evento della crocifissione di Cristo, ma nonostante tutte queste fantasiose e romantiche idealizzazioni, nessuno dei Vangeli fa alcuna menzione di una collina: secondo Giovanni (19:41) la posizione era un giardino in cui c’era un sepolcro privato, identificato come di proprietà di Giuseppe di Arimatea (Matteo 27:59-60).

Seguendo la testimonianza dei Vangeli, invece di assecondare il folklore popolare, appare evidente che la crocifissione non fu uno spettacolo in cima ad una collina con croci enormi contro l’orizzonte e con una folla di spettatori; al contrario, è stato un evento di piccola scala e in un luogo circoscritto (Giovanni 19:17).

La Dr.ssa Barbara Thiering afferma che il Golgota-Calvario era un piccolo giardino-cimitero privato che conteneva un sepolcro vuoto affidato a Giuseppe di Arimatea, basando le sue affermazioni sui “Rotoli del Mar Morto”.

Appare quindi fortemente probabile l’ipotesi che Gesù venne sepolto in una tomba di famiglia, appartenuta probabilmente al suo stretto parente Giuseppe di Arimatea, e che questo sepolcro possa di fatto corrispondere a quello di Talpiot, rinvenuto nel 1980, a sud della città vecchia di Gerusalemme, così come documentato in questo prezioso lavoro sulla famiglia di Cristo da Andrea Di Lenardo e Enrico Baccarini.

 

Il mito eterno

Appare evidente che, in base a quanto fin qui rappresentato, se limitassimo le nostre analisi sulle vicende di Gesù con il solo metro della ragione, non potremmo che certificare il fallimento della missione messianica del Cristo, non solo nell’impresa di liberare la Palestina dall’occupazione romana, ma anche in quella di sconfiggere la blasfemia di un corrotta stirpe sacerdotale.

Il dominio romano proseguì infatti fino a decretare la distruzione del tempio di Gerusalemme, avvenuta nel 70 d.C. ad opera di Tito, con conseguente diaspora del popolo ebraico; mentre, considerando la moderna Chiesa come legittima erede del messaggio Cristiano, analizzandone la storia fino ai giorni nostri, non possiamo che stendere un velo pietoso sull’ambizioso progetto di eliminare la corruzione del tempio.

A quanto pare alcuni temi salienti della vita di Gesù, così come tramandati dai vangeli, analizzati al di fuori di ogni aspetto simbolico-evocativo, non possono che trasformare la storia di un messaggio spirituale in quella di un mero intrigo politico.

Possibile che la vita di Gesù, il fondatore di una nuova religione, possa essere relegata a questa miserabile descrizione dove, al posto di un Maestro, fautore di una rinnovata spiritualità, troviamo un pazzo disprezzato da tutti?

E’ evidente che la storia di Gesù non possa essere ridotta alla banale cronaca di un ribelle salvato dalla pena di morte. I vangeli, compresi gli apocrifi, se assunti nella loro valenza simbolica, costituiscono infatti la testimonianza di un evento unico per l’intera umanità.

Quella del Nuovo Testamento non è la cronaca di uno Zelota nel fallimento di una missione terrena.

La vita, la passione, la morte e “rinascita” di Gesù, più che la cronaca di un ribelle, esprimono l’essenza di un mito antico, presente fin dagli albori dell’umanità, contenendo il sentiero iniziatico di conoscenza per il riscatto dell’umanità oppressa dal proprio divenire materiale.

Le vicende legate a Cristo non appartengono alla storia, ma sono la storia di una rinnovata eterna spiritualità, di una nuova alleanza con l’inconoscibile, che vive al di fuori di ogni spazio temporale. È per questo che il cercatore di verità non può prescindere dal prendere in considerazione gli elementi evocativi di leggende e simboli che si intrecciano agli accadimenti della storia, contribuendo al loro stesso fluire per un disegno superiore posto a fondamento del tutto e che tutto comprende.

Le vicende narrate dai Vangeli rappresentano la via del cuore, dell’intelletto d’Amore, e non solo della ragione. Gesù è colui che ha rovesciato un potere religioso per riconsegnarci la parola perduta.

Gesù rappresenta, in termini simbolici, il verbo fattosi carne per la salvezza dell’umanità o quanto meno nella speranza di un mondo migliore.

La storia lo conferma da duemila anni, la potenza misterica dell’avvento del Cristo ha rivoluzionato la religiosità dell’intera umanità. Il messaggio che ne scaturisce è l’espressione di un nuovo patto tra Dio e l’Umanità, tra spirito e materia, dove l’anima si rinnova elevandosi (anàstasis) attraverso l’Amore.

Ritornando al nostro artista De Dominicis, con il quale abbiamo introdotto questo commento, non possiamo che concordare con lui sul fatto che le storie per esistere dovrebbero essere eterne, immortali, e quella di Cristo è una storia che appartiene all’eternità di un mito, nel quale vive un messaggio misterico immortale, trasmesso agli uomini come traccia per un ritorno alla propria tempio celeste.

 



[i] L’argomento è stato trattato in alcuni miei libri come: “Il mistero di Maria Maddalena. Dai vangeli gnostici ai Rex Deus”, Grapho5, seconda edizione 2012. A tale proposito si veda anche: “Nel Nome della Dea. Sulle tracce dell’Antica Religione”, Tipheret Editore, 2015 e “Et in Arcadia Ego. I miti dei Popoli del Mare”, Tipheret editore, 2017. Sempre sull’argomento si consiglia anche il libro di Padre Alberto Magi: “Nostra Signora degli eretici” Cittadella Editrice, 1997.

[ii] Massimo Agostini, “Il mistero di Maria Maddalena…” op. cit.

[iii] Ivi

[iv] Giuseppe Flavio, “Guerra Giudica” (II,121)

[v] In merito ai Nazirei e alle organizzazioni iniziatiche al tempo di Gesù si rimanda al mio lavoro: “Et in Arcadia Ego. I miti dei Popoli del Mare, Tipheret editore, 2017.

[vi] Padre Alberto Magi, “Un Dio che serve gli uomini” in occasione della “X settimana alfonsiana”, Palermo 2004, in ildialogo.org.

[vii] Ivi

[viii] Vedasi nota i

sabato 24 ottobre 2020

Ad onore e gloria dell’Ordine Templare - per non dimenticare


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AD ONORE E GLORIA DI UN SACRO ORDINE CHE FECE DEL TEMPIO DI SALOMONE LA PROPRIADUMORQ

il mistero della luce nell'Abbazia di Sant'Urbano e nel Duomo di Viterbo

 

Dall’abbazia di Sant’Urbano al Duomo di Viterbo, un raggio di Sole intensissimo risveglia le parole rivelatrici di antiche vie della saggezza e della conoscenza: armonia, energia, luce e memoria.

Abbazia di Sant’Urbano - Apiro

San Lorenzo - Viterbo

In questi due monumentali e suggestivi edifici sacri del passato accadono, per un motivo ancora oscuro, in particolari giorni dell’anno si verificano suggestivi fenomeni di luce, dovuti al sorgere del sole.

La scienza muratoria degli antichi costruttori dell’Abbazia di Sant’Urbano è riuscita a creare un magico fluire del primo raggio di sole all’interno del edificio sacro, dando luogo ad una sorta di danza iniziatica del sole volta ad evidenziare misteriosi simboli scolpiti sulla pietra.

Infatti, in alcuni giorni ritenuti sacri dagli esperti Maestri, un raggio di Sole penetra attraverso l’abside della chiesa percorrendo da Est a Ovest le grigie e mute pareti del Tempio, con un lento ma deciso cammino, come se volesse tracciare  un antico sentiero per  mostrarci le parole di un occulto messaggio.



La magia della Luce, ispiratrice di riti pagani, poi simbolo sacro e guida degli antichi architetti e costruttori delle chiese e delle cattedrali, è in questa antica abbazia  diventa per l’osservatore smaliziato un interessante contributo sulla conoscenza antica che lega la natura umana al “sacro femminino”, al mistero della grande madre.

Un percorso delineato sulla scia delle correnti gnostiche ed esoteriche, attraverso la Iside Svelata dell’antico Egitto, la Sophia Superiore (Binah della Cabala ebraica) quale processo di un ruolo evocativo per la realizzazione spirituale della controparte terrena.

Temi affrontati nei libri di Agostini “Il mistero di Maria Maddalena: dai vangeli gnostici ai rex deus” e “Nel nome della Dea”. 



Nel suo lavoro, Agostini, sulla scia della linea di sangue identificata nell’immagine del Santo Graal, analizza lo speciale rapporto tra Maria Maddalena, sacra sacerdotessa di Dan, e il Cristo: la sposa e lo sposo di alchemiche nozze, il cui frutto diviene immagine di una nuova alleanza con il “Dio

Quest’immagine si ritrova simbolicamente nelle pietre dei capitelli dell’abbazia di Sant’Urbano dell’anno mille, dove due unicorni si cibano del fiore della vita in corrispondenza del luogo dove si manifesta il fenomeno della luce. Questo evento astronomico si manifesta in due periodi dell’anno e non in periodo solstiziale.

Una luce che segue e illumina punti specifici della struttura architettonica celati per tutti gli altri giorni, ma che possono essere individuati solo grazie allo spirito di osservazione e all’intuizione.

 Il raggio di Sole che penetra nella possente abbazia di Sant’Urbano è un fenomeno insieme segreto e palese, espressione della conoscenza di mastri costruttori che lo hanno scolpito sulle pietre per permettere ai “cercatori di luce” di cogliere l’essenza degli elementi e il giusto percorso per approcciarsi al sacro. Ogni simbolo di questa abbazia è guida per l’uomo: gli stessi capitelli delle colonne, gli affreschi della chiesa e la forma dei pilastri sono come uno spartito musicale portatore di un messaggio di armonia, studio e conoscenza. Nel giorno del solstizio d’estate, il 21 giugno, anche a Viterbo accadono fenomeni di questo genere. La Tuscia è una provincia carica di mistero che promana da segreti ancora molti da svelare. In passato fu sede pontificia e prolifera di chiese antiche. In quella più rappresentativa, la cattedrale di piazza San Lorenzo a Viterbo città, proprio nel giorno del solstizio estivo un punto di luce intensissima colpisce il centro del cerchio inserito ai piedi dell’altare nel pavimento cosmatesco facendo riecheggiare un’antica massima dei costruttori di cattedrali: “un punto che si situa in un cerchio che si ritrova in un quadrato e in un triangolo; se voi troverete il Punto sarete salvi, fuori dalle pene, dall'angoscia e dal pericolo”.

Il fenomeno solare della cattedrale viterbese è stato osservato dalla giornalista Tiziana Mancinelli ed è diventato una delle parti salienti del suo primo libro: “Il Sole d’Argento”, edito da Intermedia Edizioni.

 “Il Sole d’Argento” è un viaggio attraverso le chiese viterbesi alla ricerca dei messaggi occulti, lasciati dagli antichi costruttori in queste splendide architetture del passato, un viaggio che si compie inseguendo il primo raggio dell’alba che illumina la pietra e la fa riecheggiare di queste antiche storie raccontate da una luce d’argento, capace di creare un ponte invisibile e indissolubile tra il duomo di Viterbo e l’abbazia di Sant’Urbano e molte altre tappe di questo cammino alla ricerca della conoscenza e di se stessi.


sabato 21 dicembre 2019

SOL INVICTUS


 

SOL INVICTUS 
Lumi di cera,
nel buio della notte
splendono rose.

Nell’oscura materia,
l’animo vive
di morte iniziatica.

Eterna è la gioia
nel Cuore Aurato

M. A. 🌜🌞

lunedì 25 novembre 2019

LA STORIA DI MERIT PTAH , LA PRIMA DONNA MEDICO NELL’ ANTICO EGITTO

di Nadia Misci
C’è stato un tempo – molto antico, in verità – in cui le donne potevano godere di pieni diritti, raggiungendo importanti posizioni sociali e ruoli di primo piano. Esse potevano addirittura aspirare alla carica politica più alta in assoluto: quella di faraone.
Stiamo parlando dell’Antico Egitto, ovviamente, e dell’importanza che avevano le donne all’interno di questa società. Più che di pari opportunità potremmo parlare di riconoscimento del ruolo della donna, come complementare e non subordinato a quello dell’uomo.
 Le donne potevano infatti studiare come gli uomini, cimentandosi in qualsiasi campo, diventare scribi o medici (sono oltre un centinaio le donne medico egizie di cui si ha notizia, fra le quali molte ostetriche), aprire attività commerciali e imprenditoriali, possedere terreni, stipulare contratti di lavoro, denunciare uomini in tribunale, spesso vincendo le cause. E, ovviamente, le donne potevano darsi alla politica.

Antico Egitto
Statuetta di donna
Merneith, che visse intorno al 2970 a.C., fu la prima sovrana donna dello stato africano, nonché la prima regina regnante in tutta la storia, prima consorte e poi reggente di un impero allora ai vertici dell’economia e del potere mondiale.
Pare che tutte le donne nobili sapessero scrivere, ma è molto probabile che anche donne di altre classi sociali meno elevate fossero alfabetizzate: molto spesso erano proprio loro a lavorare come scribi all’interno del complesso sistema burocratico. Il mondo del lavoro era infatti aperto alle donne, a tutte – e per tutte intendiamo anche le donne con figli - probabilmente con meno difficoltà rispetto a oggi.

Tra le varie discipline, la medicina in Egitto era molto praticata ed era sicuramente più avanzata rispetto alle società a loro contemporanee; la divinità di riferimento era non a caso Sekhmet, una donna.
 Insomma, la medicina era in tutto e per tutto una disciplina “femminile”: le donne non ricoprivano solo il ruolo di ostetriche, ma furono sicuramente anche medici ed eseguivano interventi chirurgici. Non è affatto un caso che proprio in questo clima di parità e di emancipazione sia nata la prima donna conosciuta in campo scientifico: Merit Ptah.
La “prima scienziata” visse in Egitto durante l’Età del Bronzo – siamo nel 2.700 a.C. circa -, dedicandosi principalmente alla fisica, ma sappiamo che fu anche ostetrica e medico. Nel suo nome c’è già il suo destino: Merit Ptah significa infatti amata da Ptah, cioè dal dio creatore della città di Menphi (la capitale dell'Antico Regno), divinità del sapere e della conoscenza.

Merit Ptah

martedì 19 novembre 2019

Alla ricerca dei misteri di Parigi L'Arcadia e Il segreto di Saint Sulpice


San Sulpicio nacque a Vatan, nel Berry, da una famiglia gallo-romana. Si formò alla corte Merovingia di Gotrano, nipote di Clodoveo. Vescovo di Bourges, fondò il primo Ospedale della città.


Il fatto che questo misterioso tempio di Parigi sia stato dedicato ad un santo devoto servitore dei re merovingi, porterebbe a confermare le tante ipotesi che legano Saint Sulpice alla "Linea della Rosa", al Priorato di Sion e all'ARCADIA
La chiesa di Saint Sulpice sorge nell'antico  borgo di Saint Germain, che prese origine da un'importante abbazia, costruita sulle rive della Senna su una fondazione del 542 voluta dal re Childeberto, figlio di Clodoveo.
Forse è proprio per questo legame con la stirpe dei re taumaturgi (Rex Deus) che a Saint Sulpice, al pari di altri templi legati al mito del Graal, sia dominante l'immagine del femminino sacro.


Entrando  nel tempio, ci si trova immediatamente attratti dalla splendida statua  della Madonna con bambino che, posta nell'abside, al centro del tabernacolo, sembra esprimere la Shekhinah, la manifestazione del divino, concessa solo ai Sommi Sacerdoti del Tempio di Salomone.
Per i cultori del Graal, e di una spiritualità che trae origine dal culto di Iside e Osiride, appare inevitabile associare quell'immagine al mistero di Maria Maddalena e di Cristo.
Un mistero indicato anche come "linea della rosa" Rose-line ( non è forse un caso che anche a Rosslyn Chapel domini la stessa immagine).


Forse è proprio per questo che Saint Sulpice sembra essere legata anche alla linea dell’antico meridiano di Parigi, che parte dalla città di Dunkerque, raggiungendo Parigi, dietro la chiesa di San Sulpice, poi nei pressi della piramide di vetro del Louvre, e quindi sotto l’Osservatorio di Parigi, per proseguire il suo itinerario verso il meridione della Francia, correndo a pochi chilometri di distanza dalla città di Bourges e poi terminare nei Pirenei, nella località di Les Pontils, a circa 300 metri dal sarcofago d’Arcadia, quello dipinto dal pittore Nicolas Poussin, nel quale si legge la famosa frase latina “Et in Arcadia ego”.
Chi possedeva la Linea Rosa, era il figlio degli Dei, colui che ha superato il ciclo perpetuo di morte e rinascita, il neheh degli antichi Egizi.
Non a caso la linea meridiana di Francia passava nei pressi della tomba d’Arcadia, una località situata vicino a un’antica commenda dell’Ordine del Tempio.
Non è neanche un caso che all'interno di Saint Sulpice sia presente uno gnomone che permette di stabilire con precisione il tempo dell'equinozio di primavera, un tempo fondamentale per tanti riti iniziatici.
Massimo Agostini




lunedì 11 novembre 2019