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sabato 15 luglio 2017

"Et in Arcadia ego" - "Arcam Dei Tango Iesu"

di Agostino Agostini Venerosi della Seta

Vorrei aggiungere in questo blog qualche nota al bel saggio di Massimo Agostini "Et in Arcadia Ego, i miti dei Popolidel Mare" e suggerire una ipotesi sul carme di Ausonio del IV sec dC "(...) farò fra questi rustici la sepoltura tua famosa e celebre. Et da' monti Thoscani et da' Ligustici verran Pastori (...) Et in Arcadia Ego" oppure una suggestione di Et in Arcadia ego", anagramma di "Arcam Dei Tango Iesu", che significherebbe "Io tocco la tomba di Gesù" ovvero il sarcofago di Les Pontils, vicino Rennes-le-Château, ritratto nel quadro di Giovanni Barbieri, detto il Guercino.
 Le suggestioni sono tratte da due saggi, il primo di Massimo Adami "Pisa città dell'Ariete" ed il secondo dal volume di Paul Zanker e Björn Christian Ewald "Vivere con i miti. L’iconografia dei sarcofagi romani" entrambi del 2004. Il capitolo introduttivo del secondo saggio in particolare traccia la storia della ricezione dei sarcofagi dal Medioevo ai nostri giorni nel Cimitero monumentale di Pisa. I sarcofagi hanno una continuità funzionale poco comune: contrariamente ad altri monumenti non caddero mai in disuso della loro funzione. Il caso del sarcofago con il mito di Fedra e Ippolito, esemplifica bene il prestigio che avevano queste casse decorate nella società medievale e ancora oggi leggibili nel Cimitero Monumentale di Pisa.

Guercino: Arcam Dei Tango Iesu

Aper (da cui Apro-niani, probabile fondatore di Ivry in Normandia) è il condottiero del "cinghiale bianco" (animale totem) al quale è legata anche la fondazione della città dei Pelasgi (Peleset) Alfei, ovvero Pisa.

I volti dei Pelasgi Alfei, popolo del mare che nel 1007 fondarono lo "Stato dei Mari" (erroneamente detta Repubblica Marinara), sono scolpiti ai quattro angoli di numerosi coperchi lapidari al cimitero monumentale di Pisa, rivolti sempre verso i quattro punti cardinali a testimoniare che il loro raggio di navigazione toccava i quattro angoli della terra. 

Sarcofago utilizzato a Pisa nel 1076
per seppellire la comitissa di Canossa, Beatrice di Lotaringia

I Pastori d'Arcadia sottolineavano che i loro volti presentavano "(..)caratteri forti, capelli lunghi come i nordici, occhi infuocati d'ardore con bocche che sembrano urlare animalescamente in una scena di battaglia: una potente forza spirituale di cui erano intrisi e che sfigurava i loro volti in "connessione" con la divinità".
Arieti stilizzati come tatuaggi, simboli mai visti da nessuna altra parte che si ripetono sulle fiancate di sarcofagi definiti erroneamente etrusco-romani e che i Pastori Alfei sostenevano fossero a Pisa probabilmente da sempre.

Sarcofago del giurista ed auguro pisano Minitius Natalis,
citato nelle lettere di Plinius il giovane (Plin.Ep.vii.12,).
Sarcofagi che vennero riutilizzati più volte in varie epoche dai cittadini pisani che venivano sepolti nel Sacro Recinto, come venne fatto del resto sin dai primi tempi per il "re del tridente" e la sua cerchia di uomini e donne disposti attorno a lui dentro cerchi più piccoli.

I Pastori d'Arcadia immaginavano che proprio i pisani arcaici e i sardi fossero due delle numerose etnie che formavano il mitico popolo del mare.
In un tempo in cui non c'erano limiti di colonne sul mare, i popoli di naviganti, detti pelasgi (peleset), furono i mitici eroi del vello d'oro. 
Decorazioni dei capitelli romanici delle facciate dei palazzi pisani,
analoghe con le sculture del Camposanto Monumentale
 e della chiesa di Santa Maria della Spina,
in cui si riconoscono ancora i motivi antropomorfi,
 ovvero rappresentati i 4 punti cardinali con figure umane stilizzate
Pelasgi Alfei avevano tre categorie sociali distinte: - gli sfingidi, forse rappresentanti del potere nobiliare sacerdotale, - gli opliti, difensori delle sacre pietre, - gli OMphalos o guerrieri dell'ariete, quelli del vello d'oro. 
Non avrebbero avuto scrittura e probabilmente usavano poco la lingua parlata, ma in compenso avevano una ricchissima simbologia che per loro era un vero e proprio linguaggio che serviva a comunicare. 

II pisani conoscevano bene questo linguaggio, anche intorno al mille, infatti la piazza del Duomo fu interamente dedicata all'ariete, alla costellazione che guidava i naviganti, impressa nella posizione dei tre elementi: Battistero, Cattedrale e Torre.
La piazza del Duomo è quindi una dedica alla costellazione dell'ariete e infatti la sua edificazione inizia con la fondazione della Cattedrale, dedicata a Maria, il 25 marzo 1063, giorno in cui il sole entra in ariete e inizia l'anno secondo l'antico calendario pisano.

Anche sulle sculture e nelle architetture che in Pisa ornavano tutte le finestre con bifore, trifore e quadrifore sono stilizzate ad ariete, simbolo che imprime forza, slancio ed energia vitale e per questo motivo veniva usato come sacro.
Sarà solamente un caso che osservando le facciate esterne di tutti i monumenti e palazzi del cosiddetto Romanico pisano si riconosce nei motivi architettonici decorativi il simbolo astrologico dell'Ariete? Il susseguirsi di archetti ciechi, di forma semicircolare, e di colonnine dritte interposte tra essi richiama, in effetti, il ben noto simbolo formato da uno stelo verticale sormontato dai due corni arcuati!
Il Romanico pisano si sviluppò dalla seconda metà dell'XI alla prima del XIII secolo, all'apice della potenza dello Stato dei Mari; era appena finito il papato del pisano Bernardo (Eugenio III), discendente dei normanni Pagano da Corsena (oggi Bagni di Lucca), ovvero di Alberto (Aubert de Cravent) e di Aubree de Bayeux (contessa d’Ivry), e San Bernardo stesso legittimava il disegno di Pisa e dell'Impero Alfeo esclamando: "adsumitur Pisa in locum Romae!" (si scelga Pisa al posto di Roma!). 
Questo progetto era chiaro ai Pastori Alfei (e a poche altre persone, sconosciuto ai più) tra la fine del cinquecento e l'inizio del novecento ed ancora allo storico tedesco Rudolf Borchardt nel suo saggio "Pisa, solitudine di un impero" (volume pubblicato postumo nel 1977): Pisa, "Novella Roma", era la nuova capitale dell'Impero. La sua posizione centrale nel Mediterraneo; la sua potenza navale con legni solidi e agili, capaci di spostarsi velocemente in ogni luogo dell'Impero; la sua grandezza (ricordiamo che le mura di Cocco Griffi, iniziate nel 1115, saranno, non a caso, le più estese del Medioevo); la sua inespugnabilità con le mura in solido verrucano che neppure i cannoni dell'esercito franco-fiorentino riuscirono a scalfire tre secoli dopo, e fiumi e paludi che rendevano difficoltoso qualsiasi tentativo di conquistare la città da terra; tutte queste caratteristiche spinsero i potenti di quel secolo e di quello successivo a scegliere Pisa come nuova capitale dell'Impero. 

Architetture del Romanico pisano con il simbolo dell'ariete

Piazza del Duomo e la costellazione dell'ariete secondo
lo studio di Massimo Adami "Pisa città dell'Ariete".
 Pelasgi è anche il nome degli Eber (Eburones), popolazione pre-greca il cui ricordo era ancora vivo in epoca classica. Omero cita i Pelasgi di Creta (Od. XIX 178). Anche Erodoto conosce i Pelasgi e li descrive come gente che parlava una lingua non greca e che viveva nella città di Crestone (vicino Salonicco). Pelasgos, secondo la "Periegesi della Grecia" di Pausania (110-180 dC), fu il primo uomo “(…) egli generò i Pelasgi, venne dall’Arcadia e insegnò come costruire capanne, come nutrirsi di ghiande e come cucire tuniche simili a quelle indossate dal popolo degli Eburones”. 



Le Danaidi
di 
John William Waterhouse,1902


Erodoto scrisse che le 50 figlie di Danao (Danaidi, protagoniste di mitologiche vicende da cui sarebbe derivata l'origine del popolo dei Danai, cioè i Greci) portarono i misteri di Demetra-Iside in Grecia, divulgandoli solo alle donne dei Pelasgi. Questi misteri furono conservati solo presso gli Arcadi della tribù degli Alfei. Il racconto di Erodoto, messo in scena anche da Eschilo nella trilogia delle Danaidi, è un fil rouge che collega gli Eburones agli Arcadi della tribù di Giacomo d'Alfeo ovvero forse alla consorteria sacerdotale dei Mi Beth El arrivata a Pisa dopo il 70 dC con Tito Flavio e successivamente conosciuta come i "Da Pisa" dal 1007, secondo la Jewish Enciclopedia (1906).

 York come Ivry deriva da "Eburiacum", luogo degli Eburones, detti talvolta Biturigi o Biturgi (in lingua latina Bituriges), ovvero il "popolo dei tassi" (Cesare, De bello gallico, VI, 16-28), che fu un'antica tribù celtica, abitante nelle fertilissime campagne al centro della Gallia. I Biturigi si definivano "i re del mondo": il termine era fatto derivare da bitu (o byth, byd), che significa "mondo", e dal plurale della parola rix, rigi, "re". Questo forse è il motivo per cui schiere di intellettuali (che si definivano Pastori Arcadi della Colonia Alfea) si siano avvicendati e affannati nella ricerca dei fili conduttori e degli indizi di una storia leggendaria tra la fine cinquecento e l'inizio del novecento.


Agostino Agostini Venerosi della Seta

venerdì 14 luglio 2017

A proposito del Rito di York: l'origine di un percorso iniziatico

Nell'ambito delle mie ricerche su temi spirituali ed iniziatici, mi sono ritrovato a percorre le vie della conoscenza del più antico rito massonico: quello dell'Arco Reale, indicato anche come Rito di YORK: un rito che appartiene alla storia della massoneria e per questo definito come ancients, gli ‘antichi’, per distinguerlo dalla più moderna massoneria speculativa, emersa all'inizio del XVIII secolo, indicata ivece come moderns, ‘accettati’.
 Tra ‘moderns’ e ‘ancients’ vi è una profonda differenza iniziatica: i primi, ancora oggi, lavorano “alla ricerca della parola perduta”, che invece negli ancients è costitutiva del percorso del Maestro.
In massoneria ogni rituale, simbolo, parola, contiene un intimo significato recondito, che deve essere svelato, e poiché, nel mondo iniziatico, nulla è posto a caso, appare del tutto singolare, anche per un profano alla ricerca di verità storiche, che l'antico Rito massonico dell'Arco Reale faccia riferimento, nel suo nome, all'antica città inglese diYork. 
La città di York venne fondata dal governatore romano di Britannia, Quinto Petilio Ceriale, intorno al 71 d.C., con il nome di Eboracum o Eburacum (successivamente evolutosi nell'anglosassone Eofor-wic, poi nel Germanico del nord Jorvìc e infine nella forma attuale inglese York). 
Il termine Eburacum avrebbe il significato di "popolo dei tassi", un popolo identificato con i Biturgi (De bello gallico: VI, 16-28).
Quindi il Rito di York avrebbe il significato di "Rito degli Eburi", ovvero dei Biturgi, considerati i "Re del Mondo" (Bitu "mondo" e Rigi "Re")
Per molti autori antichi (Omero, Erodoto, Pausania, Eschilo etc..) gli Eber (Eburi) sono collegati ai Paleset (Popolo del Mare che occupò la terra di Canaan al tempo in  cui gli Shardana, altro Popolo del Mare, tentò di invadere l'Egitto, per poi diventare alleato del faraone Ramses e in seguito, al tempo di Mosè, assumere la retroguardia delle tribù di Israele verso la Terra Promessa). 

il nome Eburacum sembra anche contenere il mistero di una antica sacra stirpe: quella davidica, poiché Eber, nel Vangelo di Matteo (1,1-16), viene indicato  come antenato di Gesù. Coincidenze? 
Se è vero che per il mondo iniziatico "nulla avvinene per caso", forse non si tratta di coincidenze!
Sembrerebbe quindi esistere una sottile trama che collegherebbe gli Eburi ai Pelasgi della tribù di Giacomo di Alfeo, ovvero degli Esilarchi: i discendenti di stirpe davidica in esilio dopo la diaspora.
Quinto Petilio Ceriale Cesio Rufo fu genero dell'imperatore Vespasiano.
Vespasiano, prima di diventare imperatore, fu gennerale in Palestina e, a seguito di favori avuti da Giuseppe Flavio, ebreo e sacerdote del tempio in Galilea, lo adottò, concedendogli il nome dei Flavi. (rif. "Et in Arcadia Ego: i miti dei Popoli del Mare, Tipheret editore)
Il figlio di Vespasiano, Tito, comandò le legioni romane che nel 70 d.C. distrussero il Tempio di Gerusalemme.
Quinto Petilio Ceriale fu a capo della Legio IX Hispana: l'ultima menzione di questa legione in Britania risale al 108 d.c, ovvero dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, quando costruì la fortezza di Eburacum (moderna York). 

 testimonianza del culto di Mitra in Eboracum

Il destino della Legio Hispana è avvolto nel mistero: nel 120 d.C la Legio Hispana fu sostituita a Eburacum dalla VI Victrix e, secondo alcune leggende, si pensa che si sia unita agli SCOTI (popolazione celtica cristianizzata proveniente dall'Irlanda e insediata nel IV secolo in Scozia), alcune iscrizioni la indicano invece nei Paesi Bassi.

Altre ipotesi vedono la Legio Hispana tra le legioni romane impegnate in Giudea nel 132 d.C. per sedare la rivolta di Bar Kochba.
Il nome Eburiacum si ritrova anche nella radice dei toponimi di diverse città della Gallia e Luistania (Portogallo).
In Francia si identifica con Évry, Ivry, Ivrey, Avorio, come nel toponimo Ivry-la Bataille (Eure, Ebriaco nel 1023-1033)
Quindi il toponimo Eburiacum, oltre che nella città di York, lo si ritrova collegato a Ivry (oggi Evry) in Normandia, con il significato di: "terra degli Eburiaci".
Ivry fu il feudo dei conti Eb(u)riaci, ovvero della stirpe che diede i natali al primo Gran Maestro dei Templari.
Singolare anche il fatto che nello stemma di Ivry compaiono, ancora oggi, tre teste di moro bendate, con un richiamo allo scudo di famiglia di Ugo de Paganis (Hugo de Payns) fondatore dei Templari. (rif. “Et in Arcadia Ego - i miti dei Popoli del Mare”, Tipheret Editore).


 
Si legge nel sito di Evry "(...) all'epoca della conquista romana vi venne costruita una villa rustica di proprietà di Apro (latino Aper), che diede il nome di Aproniana o Aperacum". Aper da cui Apro, Aproniani, ovvero gens Apro-nia: i Venulei Aproniani da cui discendono i normanni Pagano da Vecchiano, Pagano da Corsera, Pagano da Ibelin.

Altre curiose coincidenze:

- Pompeia Celerina dei Pompeii era sposata con Lucius I Venuleio Octavius Prisco; la figlia di Pompeia, Calpurnia, era moglie di Plinio il Giovane.
Il nipote di Lucius fu pretore e legato della legione I Italica (come il padre) sotto Antonino Pio, poi console suffetto (forse nell'anno 145), legato imperiale (ossia governatore) della provincia di Spagna, Citeriore e della Britannia (ancora sotto Antonino Pio). E' ben noto storicamente che i bolli laterizi dei Venulei (Vecchiano significa "terra dei Venulei") sono stati ritrovati nel vallo di Adriano in Britannia, oltre al fatto che i Venulei abbiano costruito i teatri di Pisa, di Copia (Sibari) in Calabria e Ferrentino nel Lazio.
- Marcus Artorius Primus (Marci libertus), legato alla leggenda di re Artù, è citato nel Corpus Inscriptionum Latinarum come autore degli ampliamenti e rifacimenti del teatro grande di Pompei, che crollò in seguito al terremoto dell’anno 63 d.C. (C.I.L., X, 841, 807); amico di Plinio il Giovane nei cui possedimenti portò a termine alcuni edifici.
Artù è chiamato l'"Orso di Britannia" da alcuni scrittori. "Arktouros" ("Arcturus" per i Romani, e "Arturo" in italiano), ovvero "guardiano dell'orsa", era il nome che i Greci davano alla stella in cui era stato trasformato Arkas, o Arcade, re dell'Arcadia.
I Venulei appartennero alla casta sacerdotale romana degli Arvali (Frates Arvales), una sorta di monaci-guerrieri (milites: nobili cavalieri) ante litteram.

tempio dei Frates Arvales

La leggenda fa risalire la loro origine al tempo di Romolo, primo re di Roma, anche se si può dedurre dalla storia di Acca Larentia che esistevano prima della fondazione della città.
Il loro compito era l'adorazione di Dea Dia ,dea della fertilità, simile alla Dea Ceres (Iside).

Dea DIA

 Nel mese di maggio si teneva la festa della Dea, della durata di tre giorni, dove venivano offerti sacrifici, con balli, canti e cerimonie ierogamiche, all'interno del tempio della dea.


Carmen Arvale
 Enos Lases iuuate
Enos Lases iuuate
Enos Lases iuuate
Neue lue rue Marmar i peccati incurrere in pleores
Neue lue rue Marmar i peccati incurrere in pleores
Neue lue rue Marmar i peccati incurrere in pleores
Satur fu, fere Marte, limen sali, sta berber
Satur fu, fere Marte, limen sali, sta berber
Satur fu, fere Marte, limen sali, sta berber
Semunis alternei advocapit conctos
Semunis alternei advocapit conctos
Semunis alternei advocapit conctos
Enos Marmor iuuato
Enos Marmor iuuato
Enos Marmor iuuato
Triumpe triumpe triumpe triumpe triumpe


La Famiglia dei Pagani Eb(u)raici è presente con linee genealogiche anche in Toscana e nel sud dell’Italia.
Gli storici accreditano infatti come capostipite dei normanni Pagano da Corsena (oggi Bagni di Lucca) un figlio di Alberto (Aubert de Cravent) e di Aubree de Bayeux (contessa d’Ivry), citato per la prima volta in una carta del 960, in cui il vescovo di Lucca gli vendeva la chiesa di San Paolo a Vico Pacelarum.
Uno dei figli di Beraldo, Rodilando, è ricordato in due carte del 1011, dove compra dei terreni dai canonici di San Martino e, nella seconda, offriva agli stessi canonici le decime che possedeva a San Paolo a Vico Pacelarum
Nel primo dei suddetti documenti, sul margine, è annotato «de isto Rodilando fuit Beraldus qui Paganellus dicebatur anticuus Porcarensium».
Figlio di Rodilando fu Albertino detto dei "Pagano da Corsena”, Cavaliere dell’Ordine del Tau di Altopascio.
Una delle più antiche scacchiere a 64 elementi conosciute si trova curiosamente proprio a Vico Pacelarum nella chiesa di S. Paolo Apostolo, edificata nell’anno 873.
Il figlio Alberto (Aubert de Cravent) e di Aubree de Bayeux (contessa d’Ivry) potrebbe essere sceso in Italia con i primi colonizzatori di quella regione.
Pisa venne saccheggiata dal normanno Rollo (Gongu-Hrolfr, figlio di Rognvaldr, 1' duca di Normandia) nel 860 con 150 navi che arrivarono, risalendo l'Arno, fino a Fiesole.
I normanni “Pagano Ebriaci castra dominus" di Chartres parteciparono alla costruzione della Abbazia di Saint-Pere a Chartres nel 930.


Importante è anche il legame dei Pagano Eb(u)riaci con l’antica famiglia etrusco-romana dei Venulei.  I Pagano da Corsena, come I Pagano da Vecchiano (con legami di sangue con i Venulei) sono entrambi di discendenza normanna secondo gli storici accademici. (cit. Et in Arcadia Ego: i miti dei Popoli del Mare).
Il romanzo "dopo Gesu'" (1909) del lucchese Giovanni Rosadi, giurista, storico, scrittore, ministro dell'istruzione, pastore Alfeo ed amico dell'archivista pisano Clemente Lupi (che si occupo' degli scavi delle terme di Nerone dei Venulei a Pisa), ricostruisce una immagine (romanzata) dei Venulei, importante famiglia etrusca-romana con interessi dalla Britannia alla Spagna.
Si tratta certo di un racconto romanzato ma questo non lo rende meno interessante, suggestivo ed intrigante per una conoscenza dei Venulei, duoviri della colonia Alfea, e del giudeo-cristianesimo, ovvero delle prime comunità cristiane, cioè di famiglie nobili ebraiche (e, nel caso della chiesa gerosolimitana, anche gentili) come la dinastia dei Mi Beth EL, forse da identificare nei discendenti di Giacomo d'Alfeo (da cui il nome Alfea di Pisa), conosciuto come Giacomo il Giusto nei Vangeli, cugino di Gesù, attestati a Pisa dal 1007 ed arrivati in citta' con Tito Flavio dopo il 70 d.C. secondo la Jewish Enciclopedia (1906).

A Nablus - nel 135 dC - termina la rivolta di Bar Kokhba, sedata dalla I° legio Italica con sede nella Moesia Inferiore (attuale Romania e Bulgaria), comandata da Lucius (I) Venuleiis. Bar Kokhba era figlio di Rabbi Gamaliel II, secondo nasi (principe) esseno dopo la ricostruzione del Sanhedrin. Il primo nasi (principe) fu John bar Zecharaiah, conosciuto come "John the Baptist" (San Giovanni Battista, figlio di Zaccaria ed Elisabetta).

Robert Feather - autore de “Il Segreto del Rotolo di Rame di Qumran” - sostiene che i manoscritti di Qumran sono collegati alla rivolta di Bar Kokhba del 132-135 d.C., terza maggiore ribellione degli Esseni della Provincia della Giudea e ultima delle Guerre Giudaico-Romane. La rivolta decreto' la nascita di una forma mistica dell'ebraismo conosciuta oggi come la Kabbalah.

Quindi 2 curiose coincidenze storiche legate al luogo del ritrovamento dei manoscritti di Qumran: 

- la prima che Bar Kokhba era discendente di San Giovanni Battista, fondatore di una comunità che fu all'origine di alcuni movimenti religiosi del I secolo d.C. - giudaici non-rabbinici (come quella fondata da Gesù di Nazareth) e di comunità gnostiche (come quelle fondate da Dositeo, Simone Mago e Menandro).
-   la seconda che tra i tanti posti in Palestina dove costruire un castello, i Pagano di Ibelin lo costruiscono proprio sulle rovine di Nablus (poi Iamnia poi Ibelin oggi Yavne).
Appare al quanto curioso che la Legio I Italica, comandata proprio da un Venulei, si inviata a reprimere la rivolta giudea, detta di Bar Kokhba, nel 132-135 dC e che, al tempo delle crociate, un discendente dei Venulei (Pagano di Ibelin)  fonda in Terrasanta un castello, così come sostenuto dai "pastori" Alfei d'Arcadia a inizio novecento.
La coincidenza che la I legio "Italica" fosse apprezzata per la sua abilità nel costruire strade e ponti (come i cavalieri del Tau di Altopascio) ed avesse come simbolo un toro e sugli scudi due lettere greche (χρ) fornisce a questa vicende un certo alone di mistero.
Sarebbe infatti straordinario, se fosse vero, che, in tempi non ancora del tutto cristiani (132-135 d.C.) sugli scudi di una legione romana fosse riprodotto il simbolo (χρ), che corrisponde all'appellativo di Gesù, il messia!

 Ritornando al toponimo Eburacum (York), nella "Historia Brittonum" si narra che capostipite dei britanni fu Brito o Bruto[1], discendente dai superstiti della guerra di Troia (figlio o nipote di Enea).
Enea, dopo la guerra di Troia, si stabilì in Italia (Etruria) e suo figlio Ascanio fondò Alba Longa.
Da Ascanio o da Silvius, identificato come il secondo figlio di Enea, nacque Bruto, la cui madre morì di parto.
Il ragazzo, di nome Brutus, in una battuta di caccia uccise accidentalmente suo padre con una freccia, per questo venne bandito da Italia.
Dopo essere stato esiliato dall'Etruria, Bruto scappò in Grecia, dove si riunì ad altri "ARCADI"; giunse quindi nell'isola di Creta, dove, nel tempio di Diana, dopo aver praticato un antico rituale, ebbe la visione della terra in cui egli è destinato a stabilirsi: un'isola nel mare occidentale, abitata solo da pochi giganti.


Dopo alcune avventure in Nord Africa, e un incontro ravvicinato con le sirene, Bruto scopre un altro gruppo di Troiani esiliati, che vivono sulle rive del Mar Tirreno, guidati da un prodigioso guerriero chiamato: Corineo, che in seguito divenne re della Cornovaglia.
Dopo aver vagato tra le isole del Mar Tirreno, Bruto, attraversò la Gallia, dove fondò la città di Tours, e infine giunse in Gran Bretagna, divenendo il capostipite del popolo dei britanni.
Il suo regno corrisponderebbe al tempo del sommo sacerdote Eli, giudice e custode dell'Arca dell'Alleanza, in Silo, quando l'Arca dell'Alleanza venne presa dal Filistei. (rif. Et in Arcadia Ego: i MitideiPopoli del Mare).
Il nipote di Brito (secondo Goffredo di Monmouth) sarà Ebrauco (o Eburiaco), che ebbe venti mogli, venti figli e trenta figlie: le figlie le mandò spose in Etruria,.
Una linea di sangue che, come nel mito di Alfeo, sembra unire l'Arcadia, gli Etruschi (Popoli del Mare) e la sacra stirpe del Graal, tanto da poter affermare: Et in Arcadia Ego.






[1] Non dimentichiamo ancora questa altra coincidenza della suocera di Plinio il Giovane (Pompeia Celerina) e sul capostipite dei britanni Brito (Brittius).

"Celer’s daughter Pompeia Celerina married twice. Her first husband was Lucius Venuleius, a Frater Arvalis, patron of Pisae, and Britannia proconsul suffectus. 
Her second husband was Fulvius Gillo Brittius, Britannia consul suffectus and proconsul of Asia".

Il Mistero di Maria Maddalena: dai Vangeli gnostici ai Rex Deus




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venerdì 30 giugno 2017

Convegno: le vie della Conoscenza 25 giugno 2017

LA VERITA' INIZIATICA
Magna est veritas et praevalebit
Una verità, quella iniziatica, che è al contempo fonte e fine di una ricerca intima, unica, personale, la cui essenza non è solo razionale, ma necessariamente anche coinvolgente, emotiva, ispirata.
Una verità che per afferrarla necessita "di metodi e di strumenti”, ovvero di un “modus operandi”, che nulla a che vedere con l’erudizione, appartenendo ad una consapevolezza esperienziale intima, e per questo unica e irripetibile.
In questo magnifico viaggio nel mondo materiale, possiamo decidere se essere viandanti che, attratti dai fuochi fatui dell’esistenza materiale, si perdono negli sterili meandri di circonvoluzioni senza meta, piuttosto che assumere le vesti del pellegrino che anela di varcare i veli della conoscenza, per ri-scoprire la propria essenza più intima, quella universale, che tutto comprende.
m.a.
intervento di Massimo Agostini

martedì 27 giugno 2017

I RITUALI ALCHEMICI DEL BARONE TSCHOUDY a cura di Mauro Cascio

Il Barone Tschoudy, allievo a Napoli di Raimondo Di Sangro, Principe di Sansevero e Maestro Venerabile della sua Loggia, la «Perfetta Unione», non aveva dubbi: la Massoneria era una via alchemica per il compimento della Grande Opera. Nella prima metà del Settecento si fece questo, e forse per la prima volta: si affiancò alla successione di gradi massonici il lavoro operativo, senza il quale la Massoneria rischia di diventare un contenitore vuoto. Questi Rituali alchemici, tratti da un manoscritto del 1766 e pubblicati per la prima volta in italiano a cura di Mauro Cascio, ci danno un'idea di questa grande stagione in cui nelle logge si faceva vivere la 'scienza integrale', un sapere filosofico dove potevano incontrarsi senza contraddirsi religione, arte e scienza.

LA MYSTICA AETERNA DI RUDOLF STEINER di Mauro Cascio


Con la forza del mito, così Rudolf Steiner interpretava la metastoria di Caino e Abele. Abele era il prediletto di Dio, offriva in sacrificio animali, cioè qualcosa che già vive, in cui vi è già la vita. Caino offriva i frutti della terra, il frutto del suo duro lavoro, creando in qualche modo il "vivente dal non vivente". «Abele era un pastore: si dedicava alla vita che già c'era. È il simbolo della forza divina ereditata che nell'uomo agisce come saggezza, che non conquista da solo, ma che fluisce in lui. Caino crea il nuovo da ciò che l'ambiente gli offre». Da una parte chi ascolta, guarda, riceve quello che lo circonda, dall'altra chi è attivo, chi produce. «Abele [...] accoglie l'elemento divino che lo compenetra, che fluisce nelle sue intenzioni, e tutto questo è simboleggiato dal suo essere 'guardiano' [...] che nutre e cura la vita, come l'intuizione cura la vita della sapienza divina. Caino ha la sapienza maschile che accoglie dall'esterno, che si occupa del suolo per coltivarlo. La materia è all'esterno e lui diventa il 'coltivatore dei campi'». I suoi doni hanno richiesto l' 'Arte Reale', il sapere, la saggezza dell'uomo. La chiesa cattolica, la casta sacerdotale, è della stirpe di Abele. La Massoneria, come società iniziatica che raccoglie e forma 'artigiani', 'operai', come Hiram, come Tubalcain, è di quella di Caino. Chi sa e chi ricerca. La fede e la filosofia.
La Mystica Aeterna era la Loggia di Steiner di cui Mauro Cascio ha proposto (per Tipheret) i rituali in prima edizione italiana. Steiner aderì infatti al Memphis Misraïm per circa nove anni e ne fu addirittura a capo, in Germania, raccogliendo attorno a sé seicento ‘fratelli’. Un’avventura della coscienza che, in tre gradi, si rischiara finalmente Spirito.